martedì 17 novembre 2015

Oriana, troppo banale odiare

Per molte donne della mia età, Oriana Fallaci rappresenta davvero una biografia dell'anima.
Abbiamo letto ogni suo libro, ogni suo articolo, seguito la sua vita, ammirato la sua libertà, la sua indipendenza, la sua franchezza.
Al di là dei generi e sopra ogni genere ma intimamente donna.
Ogni sua uscita entrava nelle nostre stanze, sui nostri comodini. Di giovani donne contro. Di donne sempre più mature e sempre più contro. E' diventata un abito.
Letta fino alle note.
E così è stato anche per i suoi ultimi libri, che acquistai in cofanetto. Che divorai. Come tutti gli altri. E stanno lì anche loro, a portata di mano ma hanno segnato il distacco.
Senza dolore, sereno, come ogni cosa ragionata con coscienza.
Oriana, quella stessa libertà, indipendenza e franchezza che ci avevi trasferito ci furono utili per non seguirti su un terreno fascinoso ma pericoloso.
Oscuro.
Io li ho letti e li ho riletti i tuoi ultimi libri, Oriana.
A tratti incredula e proprio per non tradirti devo tradirti.
Mi spiace, io non cedo all'odio.
Non sono sono ostile all'islam. Sono sospettosa e refrattaria alle religioni, tutte, compresa la nostra, che comunque rispetto nel profondo, entro i limiti. Rispetto tutte le religioni,pur non comprendendole, e purchè non sfocino in fondamentalismo.
Il mio intendimento vale per tutte le religioni o credo,che non sono più religioni quando diventano bandiere di oppressione e oscurantismo...quando diventano pure dinamiche di potere, umano non divino.

Grazie peró, Oriana; per avermi insegnato a non cedere. Nemmeno al fascino delle idee fascinose o "di pancia", se non le condivido, specie se recano astio o, peggio, odio. Nulla toglie all'amore profondo che continuo a nutrire per molti tuoi scritti, che sono e rimangono la maggioranza. Ma gli ultimi giorni della tua vita non mi appartengono, le nostre biografie dei pensieri si dividono.
Troppo semplice e banale odiare, per donne complesse come noi.


martedì 3 novembre 2015

COME LA SCUOLA CAMBIERA' SE STESSA PER CAMBIARE IL PAESE. Il Piano nazionale scuola digitale



Non è la specie più intelligente, nè la più forte a resistere, ma quella che muta
(Charles Darwin)

E’ stato presentato da pochissimi giorni il Piano Nazionale Scuola Digitale. 

Il Piano nasce intanto dall'esame di ciò che già c'è e si fa nelle scuole nel campo dell'innovazione didattica. Nasce dall'esame di ciò che manca. Dallo studio di ciò che si fa altrove, con il vantaggio di apprendere dagli errori degli altri. Nasce dalla notra tradizione di profonda innovazione pedagogica. Nasce dal pensare che la scuola debba guidare il cambiamento e non subirlo. 
Nasce dalla testa e dall'entusiasmo di quanti ci han messo passione, lavoro e conoscenza su tutti Damien Lanfrey e Donatella Solda, della segreteria tecnica della ministra Giannini, dalla forte spinta su questi temi data dal presidente del Consiglio Matteo Renzi, che sta investendo tantissimo nella banda larga, pregidiziale per far sì che molte delle cose scritte nel piano possano diventare realtà. Dai consigli di tanti altri (Damien li ha elencati in un suo articolo http://damienlanfrey.nova100.ilsole24ore.com/2015/10/30/abbiamo-un-piano-e-digitale/ ) e anche dal mio contributo, cosa di cui vado orgogliosa. 
Ma questo è uno scheletro, un bel foglio bianco tutto da scrivere e chi lo scriverà sono le scuole, i docenti, le studentesse e gli studenti. Perchè quello che dà il piano sono spunti, ma metodologie, obiettivi, premesse, devono trovarle le comunità scolastiche, com'è giusto che sia, affinchè funzioni come metodo di apprendimento e non di allenamento, aprendosi all'innovazione, al dialogo tra pari e al rapporto col mondo. 

Però non ci sono più scuse: enorme dispiegamento di mezzi su più fronti, un miliardo di euro in pochi anni per l’innovazione del mondo della scuola; su tutti l'investimento nella formazione e informazione dei docenti. Si parte da loro. Facendo tesoro degli sbagli compiuti in questo ambito9 delicatissimo da altri Paesi. Il Piano infatti parte da dove l’approfondito studio dell’Ocse dedicato al rapporto tra scuola digitale e apprendimenti punta l’attenzione: e cioè dalla consapevolezza didattica dei docenti. Laddove si è investito su tale consapevolezza gli apprendimenti hanno avuto un segno più. La dove gli investimenti sono stati solo di carattere strumentale o tecnico i rendimenti scolastici non hanno avuto gli esiti sperati, anzi.

 Il Piano Nazionale Italiano sul Digitale a scuola indica una via precisa ed vola alto: l’obiettivo non è solo quello di dotare di competenze digitali gli studenti e le studentesse in Italia, il che sarebbe già tantissimo, ma è quello di fornire ai docenti formazione e riflessioni tali per comprendere e far sì, loro, non altri, che il digitale possa essere strumento per implementare le competenze chiave: dalla comprensione del testo, alla didattica delle scienze e della matematica, alle competenze di cittadinanza  a tutte le altre. In una parola: si possono crescere nuovi cittadini del mondo globale capaci di districarsi nel mare magnum della rete, capaci di sviluppare senso critico e creatività nella rete e con la rete, capaci di costruire una nuova società e una nuova economia della conoscenza? Capaci di produrre cultura e arte, cioè la weltanschaung di questi tempi, nel senso più alto dei termini. Chiunque capisce che l’obiettivo è altissimo e comunque antico, perché esige sperimentazioni e innovazioni didattiche nel solco della nostra tradizione pedagogica, su tutte quella montessoriana.
Dare un profondo senso pedagogico e didattico a tutto il processo con linguaggi e strumenti nuovi questo raccomanda tra le righe il Piano Nazionale della Scuola Digitale: ecco perchè i docenti saranno i veri protagonisti di questa sfida che devono accogliere, fare propria e guidare.

Il Piano Nazionale della Scuola Digitale" dunque non guarda a "un semplice dispiegamento di
tecnologia" negli istituti del Paese, ma "risponde alla necessità' di costruire una visione di educazione nell'era digitale". Si parte dalle infrastrutture, dalla banda larga, ma il fine è arrivare all'"innovazione del processo educativo", basato "sull'interazione costante" degli studenti.
Cioè passare dalla trasmissione di conoscenze alla condivisione e formazione di competenze. E’ un cambio di paradigma profondo che può rendere protagonisti assoluti i docenti, togliendoli da una marginalità sociale di dibattito tutto esclusivamente professionale o legittimamente corporativo a una centralità di sviluppo culturale e collettivo del Paese intero. Siamo a una svolta profonda, la Scuola può assumerne le redini?

Il perno è dunque la didattica delle competenze, per chi non lo sapesse sono quelle otto “competenze chiave” definite in sede europea nel 2000 che il sistema d’istruzione di ciascun paese UE deve trasferire agli studenti e alle studentesse per formarli come cittadini globali. Alcune facili e immediate a comprendersi, come la comprensione di un testo scritto complesso e il ragionamento logico-matematico (leggere, scrivere e fare di conto sono, oggi come ieri, la base per tutto, il punto è come), altre meno immediate come l’autoimprenditorialità, la capacità di imparare ad imparare e altre ancora. Si ritiene che tali nuove competenze siano facilitate da nuovi linguaggi e innovazioni didattiche, con i nuovi processi di insegnamento e apprendimento, che sedimentino i saperi tradizionali ma li collochino nel mondo di oggi, che è digitale. Piaccia o non piaccia.  Che ha come parole d’ordine condivisione, cooperative, sharing, circolarità, laboratorio...parole che i nostri adolescenti conoscono benissimo ma praticano pochissimo a scuola.L'obiettivo finale è quello di favorire, senza subirla la trasformazione culturale che sta riguardando ogni ambito dell'esistente e la scuola, da schiava dei software o ignara dei software deve porsi a timone, a guida, non sentinella delle macchine ma padrona, in un processo che partendo dalla scuola raggiunga tutte le famiglie, da Nord a Sud, dal centro alla periferia.

Il "Piano nazionale per la scuola digitale", presentato ieri al Miur, e' in sostanza un manuale operativo, indirizzato a tutte le scuole, che spiega quali innovazioni saranno avviate a livello nazionale da qui al 2020.

Quattro gli ambiti di lavoro (strumenti, competenze e contenuti, formazione, accompagnamento delle
scuole), per un totale di 35 azioni. Tra queste: la fibra e banda ultra larga alla porta di ogni scuola, il cablaggio interno di tutti gli spazi delle scuole, gli ambienti digitali per la didattica, le biblioteche digitali scolastiche, il registro elettronico e il pensiero computazionale per tutte le scuole primarie, risorse per pagare il canone di connettivita', ma, soprattutto, la formazione in servizio per tutto il personale, e una nuova strategia nazionale per l'apprendimento pratico e i laboratori, un quadro comune per le competenze digitali degli studenti, un responsabile per il digitale per ogni istituto ("animatore digitale") che accompagni e aiuti i colleghi alla scoperta delle buone pratiche che già si compiono e che sperimenti altro ancora .
Del miliardo a disposizione, "600 milioni saranno investiti per la parte infrastrutturale, 400 per la parte software, cioe' sviluppare competenze, monitorare lo stato dell'arte, formare l'intera comunita' scolastica dagli insegnanti al personale amministrativo” in un processo che sarà in larga misura peer to peer.

L'innovazione dovrà far parte anche del mondo accademico per mutare il percorso della formazione iniziale dei docenti, su cui il Parlamento ha dato delega al Governo. E in quella formazione larga parte avranno la didattica, la pedagogia, la metodologia e l'innovazione e la sperimentazione. Scienze e metodi che hanno tenuto lontani finora i cosiddetti docenti disciplinaristi, nonostante proprio la didattica delle discipline abbia bisogno oggi di nuove riflessioni e sperimentazioni, su tutte la matematica, esattamente per dare "testa pedagogica" a tutto il processo di innovazione a scuola. 

La Scuola non può rimanere indietro, anzi il contrario, e ancora, non può essere ancillare: è la Scuola che deve porsi a guida, per investire sulla conoscenza. E’ una sfida che il Paese pone alla Scuola e che la Scuola deve raccogliere. Perché è vero, qua si parrà la sua nobilitate, nella capacità di assumersi responsabilità dei cambiamenti utili per le generazioni di domani pur rimanendo se stessa.



martedì 6 ottobre 2015

Questione Gesap? Donne nei CDA? I diritti non sono forma ma sostanza delle democrazie.



Spicola (PD Nazionale) - “Questione Gesap? I diritti non sono forma ma sostanza delle democrazie”
“Nulla di nuovo sotto il sole per quanto riguarda la composizione del Cda della Gesap. In Italia le donne non hanno pari trattamento, non hanno pari opportunità. Le questioni di genere non sono questioni di costume, di colore, di coscienza o di ideologia, ma di diritti, non formali ma sostanziali: umani, civili, costituzionali, giuridici, e chi più ne ha più ne metta. Per questosostengo al 100% la posizione dell’Associazione Fiori D’Acciaio in merito”.
Così Mila Spicola, componente della Direzione Nazionale del PD ed ex vicesegretario del PD Sicilia, sulla vicenda Gesap sollevata dall’Associazione Fiori di Acciaio. Spicola aveva già a marzo segnalato, scrivendo alla commissione di garanzia regionale, come persino la segreteria del PD Sicilia, con 10 uomini e 2 sole donne, violasse l’equilibrio di genere prescritto dagli Statuti nazionale e regionale del Partito Democratico. Anche in questo caso “pena la decadenza”. Segnalazione caduta nel vuoto.
“Diritti riconosciuti in modo formale nelle carte e nelle leggi – continua Spicola - ma ancora lungi dall’essere diritti sostanziali. Pur con competenze provate e dimostrate ci sono volute leggi e statuti per portare le donne nei luoghi delle decisioni. Cosa che non accade per gli uomini, sulle cui competenze a volte abbiamo più di qualcosa da obiettare. Oggi, quelle stesse leggi, vengono serenamente ignorate. Ebbene, non bastano più nemmeno le leggi, nemmeno gli Statuti; persino gli schieramenti storicamente più sensibili alla questione dei diritti sembrano più preoccuparsene.”
“La normativa di cui alla legge 120/2011 – spiega - afferma che negli organi amministrativi e sindacali delle società partecipate, come la GESAP, il genere meno rappresentato deve ottenere almeno un terzo dei propri componenti, pena, ai sensi del D.P.R. 251/2012, (legge trasversale per proposta e approvazione) la decadenza degli organi medesimi. In questo caso un solo genere viene rappresentato. Quello della Gesap non è purtroppo un caso isolato: anche il cda dell’ospedale Gaslini di Genova ha la stessa composizione illegale. Casi di discriminazione di genere si moltiplicano e si accostano a veri e propri atti di sessismo, anche in luoghi sacri come il Parlamento. Sono tutti atti condannabili perché contrari a precise indicazioni costituzionali, giuridiche e/o statutarie di rispetto della persona, che è pari e uguale di fronte alla legge e come tale deve avere pari opportunità, non veti totali, a prescindere “dal sesso, dalla razza, dalle opinioni politiche, dal credo religioso, dalle condizioni sociali”.

lunedì 5 ottobre 2015

MANIFESTO DEL RISPETTO IN RETE


Per leggerlo meglio scaricatelo su generazioniconnesse.it ( http://www.generazioniconnesse.it/_file/documenti/Comunicazione/Leaflet_2015/SIC_RAGAZZI_leaflet.pdf )

Anche voi vi trovate a disagio quando siete oggetto di insulti, di offese o di scherno. In rete accade più che fuori, perchè molti si sentono “liberi” di dire e fare quel che gli passa per la testa.
Non è libertà perchèla libertà di opinione finisce là dove inizia il rispetto per l’altro, le offese e gli insulti non generano libertà, ma fuga, silenzio, paura. Si crea terra bruciata, non terreno fertile. Dunque se davvero pensiamo di volere un mondo migliore intanto cominciamo a fare qualcosa, nel nostro piccolo; ad esempio iniziamo col diffondere e praticare noi per primi buone pratiche di comportamento. Basate sul rispetto, pur nelle differenze (tutte, anche quelle difficilissime di opinione). Tutto il resto viene dopo. 
Non convinceremo mai nessuno della bontà delle nostre idee se il veicolo è la violenza verbale, o l’insulto alla persona. Non argomenteremo mai un’idea altrui che riteniamo errata se insulteremo l’argomentatore. La democrazia è metodo, prima che merito.

Quella che vedete nell’immagine 
è un'iniziativa del Ministero della Pubblica Istruzione, per suggerire un uso consapevole dei social e combattere e prevenire il cyberbullismo. Di fatto è un ottimo "vademecum del rispetto" per tutte e tutti. Vale per la rete, ma vale per la vita. Sono 7 errori da non fare in rete, il 1, il 3 e il 4 sono davvero importanti  (li copio in calce). Se tutti li tenessimo a mente sempre, a mente e nei fatti, quanto diverso e migliore sarebbe il mondo.
Si legge nel Manifesto "il web è una buona occasione per imparare a rispettare gli altri. Non  usare mai la rete per giudicare, infastidire o impedire a qualcuno di esprimersi"
Esame di coscienza. Ne siamo coscienti? e non è un gioco di parole.

Vale per tutti, per noi, voi, per ragazzi e per adulti "disinvolti" che si sentono fighi ed eroici quando alzano la voce, quando insultano, quando offendono. Pensando così di far passare la propria opinione e se stessi, addirittura come portatori di giustizia, di libertà e di etica, dimenticando la cosa più importante: le tre cose si nutrono del rispetto e della responsabilità nei confronti dell'altra e dell'altro. Se non lo si ricorda, ogni valore difeso viene in realtà offeso.



Pratichiamolo e facciamolo girare, è una piccola azione per migliorare il mondo.


"1. IL WEB E' BELLO PERCHE' E' VARIO Siamo tutti diversi e su Internet queste diversità si evidenziano ancora di più. Ma il web è anche una buona occasione per imparare a rispettare gli altri. Non usare mai la rete per giudicare , infastidire, o impedire a qualcuno di esprimersi.
3. IL BUON GIORNO SI VEDE DAL COMMENTINO Dai il meglio di te! Comunicare con gli altri significa anche farli stare bene, regalare un pensiero solare, un'impressione positiva. Pensa a quello che scrivi, alle email che invii e al loro contenuto. Fatti sentire anche "offline", non ridurre i rapporti al solo mondo del web, ma usa la rete per migliorarli.
4. NAVIGA E LASCIA NAVIGARE Comunica in modo positivo, esplora, cerca di prendere il meglio e aiuta gli altri a fare lo stesso. Non invadere la privacy dei tuoi amici; nel tuo piccolo, il modo in cui navighi infl uenza la vita di altre persone."


venerdì 18 settembre 2015

La guerra dei Gender.



"I bambini non si comprano". Le favole metropolitane contro la teoria gender. La ministra Giannini che minaccia querele. I genitori che diffidano. L'Unar che se la prende col Miur. Le parrocchie che tuonano e gli arcobaleni che brillano. Non ne sentivamo il bisogno di un'altra guerra, eppure io vi dico che questa è la vera guerra del 21 secolo, quella sulle questioni di genere.
Sul comma 16 l'Italia si spacca. Vi avviso, non è solo l'Italia, dunque grande cautela e bando alle banalità.
Il comma 16 della riforma sulla scuola, su cui tutti si stanno armando, recita: 

Il piano triennale dell'offerta formativa assicura l'attuazione
dei principi di pari opportunita' promuovendo nelle  scuole  di  ogni ordine e grado l'educazione alla parita' tra i sessi, la  prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni,  al  fine  di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti  e  i  genitori sulle tematiche indicate dall'articolo 5, comma 2, del  decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge  15 ottobre 2013, n. 119,  nel  rispetto  dei  limiti  di  spesa  di  cui all'articolo  5-bis,   comma   1,   primo   periodo,   del   predetto decreto-legge n. 93 del 2013. 
Attaccato da destra perchè si affronta il tema, da sinistra perchè non lo si affronta abbastanza. In mezzo ci sta la scuola.
E' un tema epocale questo e non si è capito. Ha a che fare con i grandi mutamenti che stanno attraversando il mondo: quello che spinge ad accettare senza infingimenti altri modi di essere. Guardate che il 90% dell'ideologia dell'Isis gioca anche su questo. Roba che si stanno spostando meridiani e paralleli. Dunque non stupiamoci delle polemiche, certo molto ma molto più limitate, che stanno attraversando le nostre case e le nostre strade.
Basta dire che un'agenzia ben più potente di tutte le altre messe insieme, Facebook, ha inserito la terza via come possibilità di scelta del proprio genere, il campo neutro dove inserire ciò che più aggrada. Cosa sei? Uomo? Donna? O cosa?
Come ti definisci? Per alcuni: osi definirti in altro modo?

Su questo tema pochi di noi hanno risposte certe, checchè ne dicano le femme fatale e i machi in circolazione e bisogna avere l'umiltà di conservare e coltivare il dubbio, non false certezze.
Una cosa è difficilmente smentibile, nell'incredibile disinteresse sul tema dell'affrontare l'argomento dal punto di vista educativo o nel non prendere il coro per le corna, le nostre giovani generazioni stavano rischiando di crescere da sole con i grandi dubbi, in assenza degli adulti, con scarsissima conoscenza e con grandi grandi problemi. Perchè, al netto della crociata che sta portando avanti la famiglia tradizionale, la stessa famiglia tradizionale da decenni che si rifiuta di affrontare o rispondere alla benchè minima domanda sul tema da parte del figlio o della figlia.
Nè questi ultimi si arrischiano a farne. 
In balìa di youporn, quando va bene, o preda di bullismo, che cresce, cresce, cresce, o di equivoci quando va male, senza nessuna conoscenza di sè e del proprio corpo. E nemmeno delle azioni di ritegno o senza contegno. E dunque di malattie, fisiche o psicologiche.
E' la conoscenza che crea gli uomini e le donne liberi e consapevoli.
E' la consapevolezza che li salvaguarda dalle malattie, dalle violenze, dalle discriminazioni.
Sul tema dell'identità di genere, che non coincide con quello della conoscenza dei comportamenti sessuali, ma riguarda ben altre complessità, umilmente ammetto di avere grandi grandi dubbi, da sempre. Io so che sono donna, ma sul come essere donna non ho mai trovato nessuna risposta certa in me, nè in mia madre, nè nei libri, nè nella grandezza o debolezza delle altre donne. 
Ho solo la convinzione che i miei dubbi possano essere governati e sedati in qualche modo dalla conoscenza.
Quella dobbiamo trasferire, non l'ansia dei sentimenti giusti o sbagliati, delle cose giuste o sbagliate, delle famiglie tradizionali o meno, delle paure nostre, ognuno ha le sue, ma l'ansia della conoscenza, l'unica base per il progresso e per il rispetto; abbiamo il dovere di trasmetterla. E questo faremo, a scuola. Con serena determinazione. Poi, ciascuno, in cuor suo, sceglierà per sé.


Aggiungo delle considerazioni personali. Senza nemmeno nasconderci tanto, dobbiamo riconoscere che le ragioni dei no sono le ragioni di chi è contrario all'omosessualità. Cioè, è omofobia mascherata quella che stiamo osservando in questi giorni.
Ci sono solo due sessi, e devono assortirsi in un solo modo, affermano a destra. Guai a proporre la "neutralità di genere" o la "pluralità di genere"(cioè le teorie gender che qualcuno dice non esistono e altri dicono che esistono; credetemi, io la neutralità non riesco nemmeno a concepirla in altre cose, figuriamoci in questa). Però se sta sullo stato di facebook, ragazzi, a voglia far crociate. C'è. I crociati dei due sessi e basta, dovrebbero spiegarmi meglio la questione del sesso degli angeli. E farmela digerire. Chè da piccola mi spiegarono essere neutro. Il sesso degli angeli. Appunto. E che vuol dire? Non lo compresi allora e non lo comprendo adesso. Gli angeli non hanno sesso e dunque sono neutri. Boh. Non condivido ma rispetto. Però ci ho speso del tempo e delle paturnie da ragazzina, insieme alla mia educazione fortemente cattolica in famiglia non cattolica. Dubbi. 

Ci sono mille modi di esprimere la propria identità sessuale dicono all'estremo opposto, non so se a sinistra o dove; questi mille modi non dipendono addirittura dal sesso biologico ma dalle costruzioni culturali. E qua la cosa si complica in tutto un dissertare di bambole rosa e trenini celesti. Anche questo, vi giuro non lo comprendo. L'aver letto Orlando di Virginia Woolf a tempo debito mi aprì la mente verso voragini di dubbi ulteriori. Non condivido ma rispetto.

Questo cosa vuol dire? Che sotto il cielo, mentre ci arrovelliamo in domande come queste, legittime per carità, i fatti accadono e non son sempre cose buone.
Donne violentate, brutalizzate e uccise, e il sesso ne è arma e motivo.
Omosessuali o lesbiche discriminati e ai quali non si rilascia la patente di guida. Accade in Russia. Boh. La patente di guida. Nemmeno alle donne, in certe altre parti del mondo. E guai a esporre i capelli. Cavolo, i capelli. In nome di Dio. Ne vogliamo parlare? Ci rendiamo conto? Dovrei dire anche in questo caso: non condivido ma rispetto?
Questo che vuol dire? Che potremmo continuare a parlare per ore ore ore ore e non venirne a capo.
Ma un capo c'è, ed è adesso, ed è il terreno comune intorno a cui incontrarsi tutti. Perchè i nostri figli stan crescendo adesso in un mondo in pieno smottamento. Non condivido ma rispetto. 
Il rispetto. Consapevole però, non il liberi tutti. Ma il rispetto consapevole di comportamenti che vanno conosciuti, spiegati, raccontati. Non per condividerli o imitarli, ma per rispettarli.

Perchè siam tutti diversi, con le piume e i vestiti varipinti, o la divisa d'ordinanza, con il tacco 12 o le converse, con il trucco o senza trucchi, ma siamo uguali nei diritti. E abbiamo il diritto di declinare le nostre vite con le stesse identiche opportunità. E questo sì, di grazia, possiamo insegnarlo?

giovedì 3 settembre 2015

L'aborto e il perdono.


Che questione complessa, irrisolvibile e contraddittoria.
Almeno nella mia testa.
Sono atea e sono contro l'aborto.
Sono per la vita sempre ma sono contro i pro life, vedo in loro la negazione del libero pensiero, che per me coincide con la natura stessa dell'essere umano.
La mia impalcatura coriacemente illuminista mi fa dire che anche quando non condivido nulla è mio obbligo rispettare. Sempre. Senza giudizi.

Che cosa vuole dire sul piano pratico?
Che ho sempre sostenuto la necessità e l'applicazione della legge 194, in tutti i suoi aspetti, prevenzione, sicurezza, legittimità della scelta femminile e illegittimità di non poter assicurare sempre nelle strutture pubbliche tali scelte, come segno di libertà e di autodeterminazione,
pur essendo profondamente e nettamente contraria all'aborto.
E profondamente e nettamente contraria all'aborto rimango.
Non so, per me è sempre complesso trattare l'argomento, non trovo risposta unica e pacificante alle mie contraddizioni. Rimango non lineare, nel dubbio.
Se in me debba vincere il tema del concetto della libertà o il tema della dignità della vita.

Cattolici o non cattolici, mai mi son permessa di urtare la sensibilità in tal senso.
E quando mi sono impelagata in discussioni con teocratici fondamentalisti contro la 194 per me è stata dura mantenere la calma. Non solo nei loro riguardi, ma nei riguardi del mio libero pensiero, così libero dal volermi sempre permettere il lusso della contraddizione libera dai lacci e lacciuli del voler prendere parte o essere di parte. Cioè del pensarla come loro pur essendo completamente diversa da loro nella premessa, nell'argomentazione e nell'esito.

Immagino per un pro life, come anche un cattolico o una cattolica, cosa possa significare ascoltare in questi giorni le dichiarazioni di Bergoglio sul perdono alle donne che hanno abortito;

Questo per dire che risposte non ne ho.
Aborto e perdono. Che immagine potente.
Un'atea come me ha trovato sempre inquietante e assolutorio il concetto di perdono divino, ma, ripeto, non condivido nel rispetto.
Questo per dire che papa Francesco, comunque la mettiamo, dice cose incredibili davvero.
Cose profondamente rivoluzionarie nel senso cristiano del termine.
Fosse anche solo per la considerazione diversa e inedita della libertà della donna.
Non approva, certo, non condivide, certo, ma comprende.
Cosa che io invece ancora non riesco a fare.

martedì 1 settembre 2015

Facoltà di Medicina rumena ad Enna?


C'è in giro una fiaba nuova. Nella repubblica autonoma di Enna stanno aprendo una nuova facoltà di medicina? Addirittura i corsi saranno in lingua rumena, previo corso accelerato in lingua rumena, non per chiedere come ti chiami e quanti anni hai, ma per studiare materie complesse e delicate come quelle mediche, se non fosse vero ne riderei, e invece..altro che ironia tocca indignarsi. Mi dissocio e condanno.
Al Miur non se ne sa nulla e si procederà con diffida. So che era già stato dato dall'Anvur, unico organo designato all'accreditamento di nuovi corsi di laurea in Italia, parere negativo a una richiesta presentata mesi fa dall'Università Kore.
Leggo, ma ripeto, direttamente e ufficialmente il Miur ne sa nulla, di un' intesa tra la Repubblica autonoma di Enna, attraverso una Fondazione, e l'Assessorato Siciliano alla Sanità, per una succursale in quel territorio di una università rumena. Surreale.
Per fortuna questa cosa verrà stoppata prontamente ma alcune riflessioni vanno fatte.
A prescindere dall'ironia, che vale poco quando ci sono di mezzo studenti e formazione, e dai permessi possibili, l'apertura di corsi di laurea in professioni sanitarie è una questione delicatissima che non può essere condotta con queste modalità.
Ci sono delle regole nazionali in tal senso e come facente parte di una comunità chiunque deve, per opportunità e buon senso, oltre che per legge, osservarle. A maggior ragione se quel qualcuno deriva da una tradizione di sinistra in cui bene comune e questione morale erano tratti distintivi.
C'è un fabbisogno nazionale di medici e operatori sanitari, definito nazionalmente di concerto con il ministero della sanità, in base al quale si assegnano agli atenei i posti utili alle iscrizioni a ciascun corso; i corsi sono accreditati, e dunque per accedervi, visto il numero contingentato e definito nazionalmente, si supera un concorso a mezzo test. Migliaia di studenti si preparano e vengono selezionati ad accedervi per merito. In professioni decisive per la comunità e nelle quali non si può agire con superficialità. Le tasse sono commisurate al reddito.
È un insulto a loro, agli studenti, prima che alla legge, pensare di beffarli in questo modo. Non solo: chiedere una marea di soldi di iscrizione e fare profitto su questo. Un’ingiustizia procedurale e sociale indigeribile in una regione come la nostra. Altre università lo fanno, lo so, far pagare rette, anche salate, non lo condivido ma hanno permessi e rientrano nelle regole. Le regole sono: autorizzazioni, accreditamenti e attenersi al piano di contingentamento nazionale. Attenersi alle regole. Vale per ogni cittadino, vale ancor di più per un iscritto al mio Partito. Nessuna ironia, io ci credo.
Fosse anche regolare, e non lo è, è una vergogna non tenere conto di tutto ciò. E’ un imbroglio. Ai danni di studenti, di famiglie e della collettività. Ripeto, a prescindere dai permessi, dalle autorizzazioni o dalle intese. Che comunque sono tutte da verificare.
Il Miur diffiderà ufficialmente la Fondazione e l’Università Kore ad essa collegata dall’andare avanti in questa vicenda.
Ma, ripeto, la mia è una valutazione politica e personale, da dirigente del PD a un altro dirigente dello stesso Partito. E per motivi valoriali, non tecnici. In qualità di dirigente nazionale del PD mi stupisco che sia potuto accadere e che altri dirigenti del mio partito abbiano con leggerezza addirittura accolto con gioia la cosa; mi dissocio e condanno completamente e totalmente l’agire di un esponente del PD che avrebbe una sua storia rispondente ad altri principi e di quanti, come rappresentanti del governo regionale, si sono resi complici di quest’imbroglio.
Mila Spicola, Direzione Nazionale del Partito Democratico