martedì 12 luglio 2016

L'impolitica femminile

L'impolitica femminile


In altra sede scriverò della disputa sul "valore politico dell'essere madre" a cui ci hanno appena fatto assistere due donne ai vertici della politica inglese, memore della polemica italiana di simile verso che ha riguardato i nostrani Bertolaso e Giorgia Meloni, passando per lo scranno da sindaco occupato dal figlio della Raggi. 
"Esibizioni"? "Stereotipi"? "Polemiche superate"? "Non parliamo di genere bensì di competenze"? "Che mi frega se è donna, l'importante è che sia brava"? (Domanda che non facciamo agli uomini, lo diamo per scontato, a ben osservare tanto scontato non sarebbe)? "Che mi frega se sia madre?" (E poi in realtà su quello stereotipo o negazione dello stereotipo cadono le teste) e chi più ne ha più ne metta.
Sembrerebbe "non fregare a nessuno" epperò i fatti indicano altro: il rapporto donne, politica, maternità è un nervo scopertissimo e non risolto, come la fai, anzi, come la dici, sbagli.
Ci rifletterò qualche giorno prima di scriverne ancora...mentre rifletto e cerco mi ritrovo in rete.
Scrivevo sei anni fa l'articolo che segue. Scadeva il primo mandato Napolitano e, al solito, si affacciava l'ipotesi della candidatura femminile per la Presidenza della Repubblica.



giovedì 11 aprile 2013


Mila Spicola: l'elezione del Presidente questione di competenza sì, ma anche di rappresentanza

L’elezione del Presidente della Repubblica non è una questione di genere ma di competenze. 
"Vero, concordo", scrive oggi Mila Spicola; ma poi ci racconta una cosa: 
In una delle mie classi, un paio di anni fa, le ragazze erano 19 e i ragazzi 10. Dovevano eleggere il rappresentante e giustamente Mario disse: “Se io mi candido voi mi votate anche se son maschio e voi femmine siete di più?” 
Il dibattito fu accesissimo e le proposte molteplici. Tra cui persino l’ipotesi di proporre alla preside di riequilibrare il numero di ragazzi e ragazze nella classe. Si addivenne a una rosa di candidati proporzionale al genere e poi al criterio, in seno a quella rosa, della libera scelta. Era una seconda media, età dei ragazzi e delle ragazze 12/13 anni sulla carta, ma come saggezza di proposizione del problema molti ma molti di più. Una piccola e normale classe di saggi, non sempre saggi attenzione, perchè in fondo sempre ragazzini erano e vari e mutevoli come ciascuna categoria dell’umano consesso. 
Ma in quell’occasione la domanda di Mario mi stupì, tanto che avevo deciso di farne azione didattica e di dedicar alle loro discussioni un’ora intera delle mie misere due settimanali, con richiesta alla collega dell’ora successiva di farli continuare.

Dunque l’elezione del Presidente della Repubblica non è una questione di genere ma di competenza.
Vero concordo. Ma di rappresentanza sì, sembrerebbe, per quanto sollevò Mario in classe. 
Vediamo di capire come è composta e con quali criteri la rosa degli elettori del Presidente.
Ad oggi persino la parte criminale del paese sembrerebbe rappresentata da alcuni inquisiti nominati tra i grandi elettori. Non so se equamente, ma c’è. Le donne invece, che devono per forza e ovviamente essere limpidissime e cristallinissime e che sono il 52% del paese, hanno addirittura una presenza di 5 donne su 58 componenti. 
Ma che volete che sia? 
Maria non sa dove alzar la mano per essere ascoltata per fare, al femminile, la domanda di Mario.
Tutti gli uomini son stati scelti col solito criterio: ci devono stare. 
Perché il meccanismo e la regola di selezione portano a loro la maggioranza. Le 5 donne con lo stesso criterio risultano minoranza. Criterio maggiorato da una clausola tacita: purché siano wonder woman.
Ovviamente questo non vuol dir nulla. L’elezione del Presidente non sarà una scelta di genere, ma assolutamente di competenza. Certo, come no. E persino a 58 uomini può capitare che, insieme a tutti i parlamentari, sceglieranno per assurdo una donna. Per assurdo, lo riscrivo.
Un  uomo vota una donna non so quanto per le sue reali e vere competenze, come farebbe una donna con un’altra donna (inciso: le donne esitano parecchio prima di votare una donna, il giudizio è spesso impietoso), ma perché per adesso fa politicamente corretto scegliere una donna, crea consenso e fa figo e nuovo.
Sapete che c’è? Fosse solo questo il motivo dei componenti uomini per scegliere una donna, e ho il fondato sospetto che solo per questo motivo saran “costretti” a sceglierla, tanto meglio.
Dopo 80 anni di Presidenti uomini e non tutti all’altezza, scegliere una Donna Presidente andrebbe bene per i prossimi 80. Valida, ovviamente. Alle donne non sia mai e poi mai perdonato di non essere all’altezza, tanto quanto lo si perdona a taluni impresentabili uomini. Anche su questo ci sarebbe molto da dire e da fare, affinché non venga perdonato nemmeno agli impresentabili, che comunque ci ritroviamo sempre là con scarsi moti di vergogna.

PS Non so se fu incredibile, casuale o normale, o cosa, ma in quella seconda  classe della scuola media venne eletto come rappresentate un ragazzo e come vice rappresentante un altro ragazzo. Salvo poi dimettersi entrambi dopo qualche mese per dare spazio alle due compagne dietro di loro e dopo qualche mese di nuovo dimissioni e rotazione. Per loro spontanea decisione. 
Alla fine dell’anno, tornando stanchi da una gita a Marsala, discutemmo in pullmann della cosa, che aveva avuto i pro e i contro, e conclusero, tra una canzone e un ci fermiamo che dobbiamo andare in bagno,  che “Comunque, sa prof? Anche questi compagni maschi son bravi!”
E ripartirono le discussioni… La vita, l’Italia, fuori da quella classe, in cui difendo con le mani e i denti i miei piccoli uomini e le mie piccole donne, è davvero un altro mondo, almeno finora e assisteremo a un altro romanzo, quello in cui, “Sai che c’è? Persino le compagne femmine son brave.” E sarà meglio di “la votiamo perché è una donna”.
Mila Spicola, 11 aprile 2013 Fonte: Donne da romanzo quirinale

sabato 2 luglio 2016

Sapere, saperi, conoscenza, conoscenze, competenza, competenze


                                                      Torre di Babele, Tobias Verhaecht

"Dio, non permettermi di giudicare o di parlare di quel che non conosco o non capisco" Anton Cechov

 Qualche riflessione su un articolo di Settis (lo trovate qui: http://www.linkiesta.it/it/article/2016/02/07/salvatore-settis-la-buona-scuola-non-e-buona-e-le-competenze-non-servo/29179/ ).


Cercherò di andare per punti e con linguaggio il più semplice possibile, anche se trattasi di temi complessi. In effetti Settis ha sovrapposto molti piani, come senso e come significato, alcuni sovrapponibili altri no, e forse è il caso di separare, definire e tornare indietro.

 Partiamo dal titolo: “la buona scuola non è buona. E le "competenze" non servono a niente” Sono due opinioni legittime, ma vanno declinate separatamente perché Buona Scuola e competenze  nascono in periodi e contesti diversi. Rimane da verificare ad esempio se le declinazioni operative della Buona Scuola disegnino una scuola delle competenze, e va ribadito a quanto pare che la “scuola delle competenze” (per approfondire basta digitare “competenze” su google) non è l’invenzione italiana di “pedagoghi nostrani” (mi auguro non fosse detto in senso riduttivo, visto che l’Italia ha regalato al mondo intero Maria Montessori e Aldo Visalberghi) ma punto di arrivo di un percorso di elaborazione comune della ricerca educativa internazionale che va dalla seconda metà del secolo scorso e per poi essere accolta da molti sistemi d’istruzione, compreso quello europeo, prima con il trattato di Lisbona del 2000 , poi con la risoluzione europea del 2006  sulla definizione delle competenze chiave (la trovate qui: http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=URISERV%3Ac11090 ). Risoluzione recepita dall’italia nel 2007 sotto il governo Prodi, con il decreto sulle competenze chiave e di cittadinanza.  Poco c’entrano dunque “Berlinguer e i suoi esperti” e ancor meno “Renzi e la Buona Scuola”, se no nella misura in cui questi governi, ma anche quelli i mezzo, si sono trovati a recepire direttive comunitarie. Va detto che tali direttive tutto son state fuorchè calate dall’alto, nella scuola, soprattutto nella primaria, tali nuovi indirizzi pedagogici erano già in corso, la ricerca ha qualità  e possibilità di diffusione intrinseche. Non serve che un governo adotti l’aspirina, se l’aspirina salva si diffonde da se. Un governo al massimo può ratificare. Direi una cosa dunque cerchiamo di analizzare termini e senso dei problemi che riguardano il mondo della ricerca educativa tenendo da parte dinamiche partitiche e di governi, se non nella misura in cui alcuni governi abbiano accolto o meno elaborazioni internazionali di tale ricerca. Semmai sarebbe da analizzare il rapporto (strutturato, non occasionale o discrezionale) tra ricerca educativo e sistema d’istruzione italiano. Abbastanza presente nella scuola primaria, completamente assente nei cicli della secondaria. Alcuni temi e problemi dunque, in buona parte degli “operatori della conoscenza”, e non mi riferisco a Settis, ma anche ai docenti, mancano persino di base lessicale comune. Questo non significa che “nessuno possa parlare di scuola”, ma che la “cognizione di causa” parte anche dalla banale intesa sui termini, ad esempio. Cosa sono e quali sono, come si maturano e come si valutano le competenze di cui si sta parlando? Sulle prime due domande qualche risposta il comune cittadino la può trovare  (e dovrebbe cercarla) nel riferimento normativo linkato poco più su. Sul come si maturano e come si valutano invece c’è grande fermento, molte riflessioni, molte sperimentazioni e credo che sia una delle cose più profondamente innovative dal punto di vista epistemologico che stia attraversando in ogni angolo del pianeta la scuola, e dunque,  la società (per chi volesse approfondire: Philippe Perrenoud, Costruire competenze a partire dalla scuola, Anicia, Roma, 2010, tit. orig. Construire des compétences dès l’école, ESF, Paris, 2000, di cui trovate una piccola recensione di Enrico Bottero qui:  http://www.enricobottero.com/insegnare/wp-content/uploads/2013/11/Philippe-Perrenoud.Competenze-allievi1.pdf )
2.      Ancora sul titolo: le “competenze non servono a niente”. Esattamente il contrario, lo sforzo di definizione del concetto di competenza punta proprio a rispondere a una domanda: i saperi, nell’era della società della conoscenza, servono? E’ una domanda filosofica per eccellenza, che ci facciamo da secoli, quel che è mutato è il mondo e dunque la risposta si colora di altri significati. Questo non significa piegare all’utilitarismo Cultura e Sapere, ma cercare di declinare in chiave filosofica ed epistemologica non la scuola bensì il significato di “società della conoscenza”, perché è questa la novità. Tale significato si arricchisce a sua volta di sensi nuovi, vista la rivoluzione metafisica e gnoseologica che permea di se ogni angolo della Terra, che è il divenire, non l’essere: il Sapere e la Cultura non più come patrimonio fisso ma patrimonio in divenire, infatti non si sceglie un altro termine, Sapere, bensì Conoscenza, cioè l’atto, non l’oggetto. Il verbo, e chi l’agisce, e non il complemento oggetto. Si comprende bene la complessità e la moltitudine di conseguenze. E allora, per tornare alla frase iniziale: possiamo dire che il Sapere e la Cultura non servono a niente, non devono servire a niente, perché devono continuare a rimanere libere da ogni declinazione utilitaristica, mentre è proprio il concetto di competenza a venirci in soccorso,  a interrogarci su quali implicazioni (non strumentalizzazioni utilitaristiche) hanno Sapere e Cultura, o meglio, saperi e culture, con la vita stessa, individuale e collettiva, se tale vita oggi è definita come conoscenza (e non era mai accaduto prima, cioè che tutti, non le elites, potessero sedersi in modo pari, al banchetto delle formazioni e informazioni) e dunque in tal senso interrogarsi sul come gli individui, a prescindere da latitudini e longitudini, possano servirsene per vivere? Attenzione, servirsene non in chiave liberista, perché questo è il secondo equivoco, ma in chiave di cittadinanza attiva, cioè in chiave politica, cioè per prendere decisioni. E’ la sfera della libertà individuale nella responsabilità collettiva. Questo sono le competenze chiave. 



3.      Esiste la vita delle idee ed esiste la vita quotidiana, ed esiste la vita activa, di cui parlava la Arendt, cioè la partecipazione politica, le prime due cementate dai valori, da cui oggi nessuno si sente escluso, perché ti viene a scovare ovunque ti nascondi. Le tre cose, idee, vita individuale (e per chi scrive significa lavoro) e politica, sono unica cosa. Sapere, sapere fare e sapere decidere, per chi scrive, rientrano in un unico processo, senza sapere non c’è decisione e non c’è sapere fare e, viceversa, senza sapere fare, non c’è sapere. Mi piacerebbe discutere e ampiamente e in ogni sede, di questo assunto filosofico. Anche nella sua declinazione politica e sociale, perché le conseguenze sono parecchie e tutte da indagare insieme. Significa indagare il valore concreto dell’idea, vogliamo usare l’aggettivo organico? Significa riunire in un unico percorso homo sapiens e homo faber. Significa entrare nel terreno accidentatissimo del definitivo superamento della filosofia crociana che informato di se tutto il 900 per percorrere nuove vie. Concetti che si integrano con la definizione di “virtuale” (leggi digitale, leggi Levy). Possiamo discutere poi sulla opportunità o meno di superare la filosofia crociana, ma almeno fissiamo paletti comuni di confronto, non parole dette così a casaccio. Significa affrontare, essì, questo è,  in termini di cultura e riflessione politica il rapporto tra cultura e cultura del lavoro (la parte del faber nettamente separata dal sapiens), conflittuale nel 900. Conflitto che ha avuto valenze sociali, storiche, politiche, eccetera, eccetera, eccetera. Cosa c’entra tutto questo ragionamento con la scuola credo che sia chiaro a Settis. Quando il grande Visalberghi teorizza la scuola media unica è esattamente questa via quella che prepara. Quando la mai tanto osannata Montessori intuisce che la “manipolazione” favorisce gli apprendimenti, questo fa. “L’uomo pensa perché ha una mano”. O ha una mano perché pensa? Ha senso rispondere all’una o all’altra domanda? Pensare è agire, e agire è pensare. Vanno insieme, eppure per troppo tempo li abbiamo tenuti distinti, e anche in poche mani. Pensare e decidere staccati dall’agire e dal lavorare: ragioniamoci insieme e chiediamoci dove siano le vere radici delle diseguaglianze. . Semplicemente oggi si uniscono strade che secoli di storia culturale, sociale e politica avevano separato: il sapere dal saper fare. E tutti rientrano in questo processo. Vogliamo dare un nome e declinarlo in ogni classe e in ogni banco? Si chiama competenza. Le due grandi categorie dell’apollineo e del dionisiaco, illuminismo e romanticismo, idealismo e positivismo, il prevalere ora dell’una ora dell’altra categoria, oggi si fondono. O meglio, domanda: oggi si fondono? Di questo vorrei discutere ampiamente con Settis. Per forma mentis, sono architetto, non riesco a separare il Sapere dal saper fare e a dare ad entrambi pari dignità. Anche se conosco la dolorosissima “messa a terra dell’idea” e il mare periglioso che separa l’idea, dal suo progetto e dal suo farsi opera. Ma i tre momenti, professor Settis, secondo lei possono superarsi o separarsi? Possono tenersi separati? E, infine, una discussione così complessa ed epocale, me ne renda atto, può banalizzarsi nei termini di una trattazione cronacistica?



4.      Trasportiamo tutto questo nella scuola, per tentare di venirne a capo, perché di scuola stavamo parlando. Il mondo della scuola, come dicevo più su, a prescindere dai governi, da Renzi o da me o da Settis, sta vivendo con grande dignità devo dire e sola (il mondo accademico della ricerca educativa si guarda bene dall’entrare e vivere anche solo per qualche ora le classi ) questi mutamenti epistemologici e filosofici che riguardano l’umanità in questo momento, e come potrebbe esimersi, è lo spirito del tempo, non lo ferma nessuno. Lo Zeitgeist attraversa la società e la scuola è il più grande sottosistema sociale che esista. Paroloni? No, realtà. Il Sapere è fatto di saperi, le discipline, e fin qui ci siamo, ma oggi le discipline non sono più né monadi, né edifici con pareti in muratura, né cittadelle, come il positivismo migliore, e l’encyclopedie ad esso collegata, ci avevano abituato a considerare. I settori disciplinari, a cui larga parte dell’accademia è aggrappata mani e piedi come granchi allo scoglio, vivono ormai in astratto come entità distinte, in realtà, ma fuori dall’accademia sta accadendo altro. Sono frattali. E nemmeno quello. Sono soluzioni gassose. E nemmeno quello. Sono qualcosa che non riusciamo più a contenere nel libro di testo, anzi, nei diversi libi di testo, e nella classe e nemmeno nei processi, cioè nella trasmissione dei contenuti. E’ saltato tutto e alcuni fanno finta di non vedere e non capire, anche se è veramente difficile non vedere e non capire. Il concetto di competenza è una zattera in questo momento, in cui la formazione duella quotidianamente con la tempesta delle informazioni. Informazioni che mutano di momento e momento, recando con se, grande come l’universo intero il problema delle verità nella verità. Che non è la messa in discussione dei saperi, ma la capacità di governare la messa in discussione. Potevamo chiudere porte e finestre per evitare quel duello, ma ci è arrivato e ci arriva quotidianamente sulle gambe dei nostri studenti e delle nostre studentesse. Non sono isolati nel villaggio e intorno una foresta fittissima li separa dal mondo. No, sono immersi in quel flusso e ci sono nati e se ne sono fatti persino una ragione, quella zattera la guidano meglio di noi, ma la direzione? Esiste o forse no, un’etica del Sapere, che può permettersi di ignorare tempeste e contaminazioni, per motivi intrinseci e metafisici, ma esiste, e questo è solo un sì, un’etica dell’insegnamento, e questa non può ignorare nulla. 






5.      E’ un’idea perversa sostituire la parola “conoscenza” con “competenza”, come è stato fatto dai pedagogisti alla nostrana, consultati da Berlinguer e dalla Moratti” scrive Settis. Come detto sopra, e lo ridico, perdonate l’insistenza, il tema delle competenze non è nostrano, di “pedagogisti alla nostrana”, ma è internazionale, è un tema della ricerca educativa, fossi in Settis, o in altri, lo approfondirei (per un’indicazione: la banca data Eric interrogata alla voce “skills” ) perché è un tema molto ma molto fertile, oltre che precondizione per comprendere tanti indirizzi dei sistemi educativi sparsi per il globo, ma anche per comprendere direzioni del pensiero. La Comunità Europea alla fine degli anni 90 del secolo ormai passato, decide di autodefinirsi come “società della conoscenza”, questo non significa che l’utilitarismo cancellerà il sapere, ma esattamente il contrario, che il sapere informerà di se ogni ambito della vita, non solo individuale - e dunque di se e della propria cultura ciascuno può fare o non fare ciò che meglio crede – ma anche collettivo, e tra le grandi azioni collettive ci sono le azioni di cittadinanza e il lavoro. Significa che non l’utilitarismo ma la necessità di nuove consapevolezze vince. Vince cioè l’idea. Vince la consapevolezza che per la prima volta è il Sapere a permeare di se tutto, attraverso l’uso consapevole di una sapere sempre accresciuto e in divenire. Come si è tradotto i termini operativi nel sistema educativo europeo? Con due atti legislativi (Risoluzione Parlamento Europeo Lisbona 2000 e Raccomandazione del Parlamento Europeo 18.12.2006 ). Questi due atti normativi europei sono stati recepiti dall’Italia nel 2007. Se non ci convincevano era allora il momento di dire Brexit, non adesso. Chi scrive pensa che invece l’Italia abbia fatto bene a recepire, innescando un mutamento profondo, che già c’era e nessuno lo vedeva, o vede, e ho detto anche questo, mutamento e innovazione sostanziale che andava raccontata, evidenziata, mentre si è spesso affidato ai temi giuslavoristi il tema del mutamento nella scuola, beh, io sostengo che quel cambiamento profondo è già in atto da almeno 30 anni, al confronto del quale la “buona scuola” è un riflesso, lo dice bene Perrenoud nei suoi scritti. E’ stato confinato alla scuola primaria, unico segmento ad avere come docenti dei professionisti riflessivi, cioè insegnanti dotati di conoscenze pedagogico-didattiche oltre che disciplinari (leggere Donald Schon, Il professionista riflessivo, quanto mai attuale ). E ha dato i suoi frutti, se osserviamo che quel segmento è quello che, in termini di rilevazioni internazionali delle competenze, ci mette tra i migliori. Dunque, la strada intrapresa sulle competenze ha altre origini, ha una precisa visione, internazionale e comunitaria, e le scuole l’hanno già accolta e praticata, proprio iniziando a riflettere e a operare e a fare scuola con i significati e le forme della parola “competenza (fornisco un piccolo esempio di programmazione per competenze, fatta in un istituto comprensivo, anche per far capire al lettore di cosa stiamo parlando, : http://www.comprensivofrosinone3.gov.it/wp-content/uploads/2016/03/Appunti-per-una-didattica-delle-competenze-in-chiave-di-cittadinanza-1.pdf  , ma digitando “competenze chiave” ne troviamo centomila di declinazioni operative nelle scuole del termine competenza ). Per tornare all’inizio: il concetto di competenza comprende in se il concetto di conoscenza, non è separato, né in alternativa. E’, in parole poverissime, l’abilità di saper declinare in modo consapevole nella vita il sapere acquisito, non solo è una forma di acquisizione della conoscenza, e qua, signori miei, siamo in terra montessoriana, non liberista, dunque tale sapere, e tale sapere esperito,  in qualche modo li si deve acquisire, a scuola o altrove (il 65% delle conoscenze di un tredicenne non ha fonte formale, cioè scolastica), ma soprattutto, ed qua che entra in scena l’insegnante, la guida, lo si deve saper organizzare, è dunque l’organizzazione della conoscenza, la riflessione sulla conoscenza, che è una competenza, la capacità che dobbiamo favorire nei nostri studenti, sì o no? E tale competenza, fatta di conoscenza ma che non risolve in essa, come altre competenze, la si deve maturare a scuola, non fuori della scuola, e poi accrescere progressivamente lungo l’arco dell’esistenza. Dunque non conoscenza vs competenza, ma conoscenza e competenza. Senza conoscenza non esiste competenza. E senza competenza non esiste conoscenza, la profezia di Maria Montessori si è avverata. Lungo il Novecento quelle intuizioni si sono arricchite di altre acquisizioni di pensiero connesse ai processi di insegnamento e apprendimento, dalle riflessioni sulle intelligenze multiple, alle scoperte neurologiche, che hanno messo in connessione definitiva mano e memoria, a quelle psicologiche sul ruolo dell’intelligenza emotiva nell’apprendimento e nel comportamento. Tutto concorre a modi diversi di fare scuola, di fare cultura, di produrre conoscenza, che non può più limitarsi al sapere e ai saperi e si accompagna al produrre, al cooperare, al condividere, al risolvere, al riflettere, all’organizzare, al creare. 




Un tempo alla scuola, all’università bastava fornire la conoscenza, o meglio, bastava trasmettere un patrimonio organizzato di saperi: “ se so, so fare”, grande equivoco. Il saper fare (sospendiamo per adesso l’approfondire le ragioni del pregiudizio ideologico nei confronti del saper fare esercitato dal mondo del sapere, fortissimo ancora oggi dentro il mondo accademico, un pregiudizio tutto crociano, elitario, padronale nel senso negativo del termine, che ha voluto sempre tenere perfettamente separati il mondo del sapere da quello del saper fare, pregiudizio che puzza di diseguaglianza nei confronti del quale chi scrive ha sempre nutrito aperta ostilità, convinta come sono che il più grande strumento per abbattere le diseguaglianze sia la conoscenza, quando essa però si accompagni alla virtù, cioè ai valori) era demandato a un momento successivo al tempo della formazione. Per cui la scuola era una parte della vita, il fare, in termini di lavoro, ma anche di vita vissuta, era un’altra parte dell’esistenza. Ma ciò oggi è impossibile da praticare. Già un altro visionario anticipatore della società della conoscenza, Dewey, cento anni fa diceva che l’istruzione non è parte della vita, ma la vita stessa. Oggi, in un’epoca in cui sapere e saperi mutano continuamente, è necessario apprendere lungo l’arco della vita intera, oggi, in un’epoca che gira tutta intorno alla conoscenza, è necessario mettere a frutto consapevolezza dell’apprendimento e uso dell’apprendimento, senza che ciò pregiudichi il valore o la qualità dell’apprendimento stesso, ma che sia in grado anche di metterlo in discussione con consapevolezza, affinchè l’ipse dixit non si trasformi in un “ma che cavolo sto dicendo”? O anche “non ho nemmeno compreso quel che ho votato”. Mi pare che non sia un problema liberista, ma un un problema che investe in pieno il significato di cittadinanza e di polis. Ecco, gli strumenti per maturare tale capacità si chiamano competenza e tali strumenti, io, docente, voglio che si maturino a scuola, non altrove. Perché tanto più darò valore culturale a tali strumenti tanto più gli individui che crescono saranno in grado di essere cercatori di idee, produttori di idee e padroni di idee, sempre, tutta la vita, non guardiani di macchine, magari con grandi bagagli conoscitivi, ma incapaci di agire in un mondo di macchine, incapaci di guidare le macchine.


6.      Cada dunque definitivamente l’idea  che le competenze siano sapere specialistico. Era il positivismo e la divisione in settori disciplinari di tutta la conoscenza ciò che promuoveva le specializzazioni. Anche qui, quanti equivoci. Le discipline sono specialistiche per forza di cose, e va benissimo che lo siano, i tuttologi sono da osservare con sospetto, lo diceva già Gramsci, perché vanno per approssimazioni, non per approfondimenti. Ma le competenze sono tutt’altra cosa che specialismi, perché sono capacità meta cognitive, trasversali al sapere disciplinare, sono capacità. Saper risolvere un problema della vita quotidiana non è sapere specialistico,  è applicare il sapere a problemi, e farlo con l’ausilio dei saperi specialistici (che siano le singole materie scolastiche, se trattiamo di cose generali, o che siano i singoli insegnamenti specialistici, se parliamo di ambiti specifici: cosa ad esempio che fa Settis quando si accinge a risolvere il rebus della modalità di restauro di una cinta muraria ), insegnamenti che non sono dati una volta per sempre, ma devono accrescersi e acquisirsi lungo l’arco della vita; tutto questo è una competenza maturata e maturabile. No, non sono contro gli specialisti, significherebbe essere contro le conoscenze sempre più approfondite e libere che poi “con competenza” posso applicare ai singoli problemi. Mi ostino a invitare tutti quanti a evitare massimizzazioni che fanno il paio con banalizzazioni. La grande scuola italiana si basa sugli apprendimenti, su un robusto sistema di saperi trasmessi e sugli specialisti, non li rinnegherei per nulla al mondo, perchè su questo suo trasmettere e accrescere conoscenze in modo approfondito si fa metodo. A questo edificio solidissimo dobbiamo dare anche le ali: cioè le capacità di organizzare e riorganizzare e usare i propri specialisti all’interno di un quadro generale di altre competenze in un mondo in veloce divenire. Dare le ali per non precipitare, come al castello errante di Howl. E i nostri figli non ne avranno per nessuno. Direi di più: lo abbiamo insegnato anche ai figli del mondo, attraverso quei pedagoghi nostrani che Settis sta enormemente sottovalutando, lo abbiamo inventato noi il concetto di competenza, con Maria Montessori. Magari formulato allora in altro modo. L’istruzione non è parte della vita né avulso dalla vita. E’ la vita stessa. E con la vita finalmente si mischia. Quanti, quanti equivoci, quanti problemi di lessico e quante declinazioni via via confuse dei processi conseguenti a quelle mancate precisazioni terminologiche. Eppure, notizione, le maestre e i maestri d’Italia, pedagogisti di casa nostra, lo han compreso e lo stan facendo, rimane da raccontarlo e mostrarlo al Paese, e ai cosiddetti “disciplinaristi”, agli “specialisti”; di grazia, Settis come si autodefinisce? E’ facilmente dimostrabile e le evidenze empiriche lo confermano come gli apprendimenti migliorino con le didattiche per competenze; maturano meglio nel fare, nelle contaminazioni, nelle trasversalità, nelle osmosi, nel virtuale, nulla togliendo al necessario e ineludibile approfondimento delle discipline. Oggi come sempre, l’obiettivo di un insegnante quello è: migliorare gli apprendimenti, che siano conoscenze e/o competenze.





7.      Come si risolve la Babele intorno alla scuola riguardo questi temi, oggi che finalmente la scuola è argomento di confronto collettivo ed è uscita da quell’isolamento in cui si era ed era stata confinata per decenni? In un modo semplice: studiando, studiando, studiando, e raccontandole meglio le cose, sia che siamo addetti ai lavori, sia che  stiamo facendo informazione, o riflessione. Per farlo “con cognizione di causa” bisogna però studiare e studiare e studiare, per acquisire un lessico comune e condiviso e, dopo averlo fatto, confrontarsi in modo obiettivo sui temi. Allo stato attuale siamo lungi dal confrontarci su idee diverse in modo obiettivo, perché mi pare di capire che siamo ancora nella torre di Babele e perché troppi argomenti eteronomi vizino il dibattito. Mi piacerebbe molto discuterne con Settis. Ma anche col tabaccaio sotto casa, snocciolando in modo comprensibile a tutti le questioni, per un’etica comune che è anche etica del linguaggio e che deve spingerci tutti a raccontare e raccontarsi per capire e far capire. E questo ho provato a fare e proverò ancora.  


domenica 26 giugno 2016

Cosa ci dice il voto inglese? 13 riflessioni su brexit



Cosa ci sta rivelando il voto inglese? Qualora non lo sapessimo già. metto insieme pensieri, dati, riflessioni e cose lette qua e là e faccio un elenco, giusto per fare ordine ad uso personale più che ad uso altrui, qualora qualcuno volesse contribuire con altri pensieri, dati, riflessioni e cose lette qua e là, sarebbe cosa gradita.

  1. Inizio ricordando a me stessa che la funzione "percezione uguale a realtà" è variabile dipendente dalla distanza tra le due elevata a enne. Non è nè un'equivalenza, nè un'equazione, è una funzione di secondo grado, o più gradi, e non produce una retta, bensì una iperbole o una parabola, a volte un frattale. Variabili della distanza tra realtà e percezione, e cioè i valori di enne, sono l'età, l'estrazione sociale, il livello di studi. Tutti e tre i valori di enne hanno un rapporto inversamente proporzionale con i fattori nazionalismo, xenofobia, conoscenza dei fatti, determinato anch'esso con formula matematica attraverso funzione di primo grado. Le opinioni che ciascuno di noi ha si formano dunque sulla percezione della realtà o sulla realtà? Verificare la distanza, sempre. Come: risalendo, riconoscendo e valutando le fonti.
  2. In democrazia i punti di espressione media  collettiva ( elezioni, referendum, indagini, sondaggi ) sono variabile dipendente delle funzioni descritte nel punto uno. Agendo su uno qualunque dei fattori delle funzioni di cui sopra otteniamo punti di espressione precisi. Ci sono paesi che lo fanno, per migliorare la qualità e la consapevolezza delle scelte democratiche, e paesi che non lo fanno. Lasciando immutato il valore immenso e universale dell'espressione democratica, se nei fattori che la determinano, troviamo ingiustizie, vizi, ineguaglianze, è un dovere per una democrazia agirvi per migliorarli e un diritto per i cittadini pretendere tale miglioramento. Perchè il voto di ciascuno reca con sé il fatto che è responsabile di decisioni collettive.
  3. I punti uno e due non sono giudizi, opinioni ( e dunque opinabili ) ma dati di fatto, "sterili formule matematiche", direbbe qualcuno a digiuno di matematica. In realtà la matematica ha poco di sterile e molto di pronto soccorso e sarebbe bene  sostituire l'aggettivo "sterile" con "fertile", perché seminando raccogli.
  4. Dati i punti uno, due e tre l'alunno, con il semplice ausilio del suo cervello e con qualche lettura nemmeno tanto approfondita, potrebbe già accingersi a svolgere il tema del rapporto tra voto, percezione della realtà, realtà e distanza e/o interdipendenza tra le tre cose, cioè il tema brexit. 
  5. In realtà manca un fattore, il diavoletto di Maxwell della termodinamica, il fattore entropia. L'agente esterno in grado di aumentare o diminuire in modo tossico la distanza di cui al punto uno. Esso è dato da stampa e TV, aggiungiamoci anche la rete, ma ha valore diverso. Stampa e tv, non a caso definiti quarto e quinto potere.
  6. L'agente esterno agisce in forme imperscrutabili ma fino a un certo punto perché può essere neutralizzato solo in un modo: con la capacità personale di cercare, accedere, distinguere, maneggiare, valutare le fonti. Qualcuno lo chiama livello culturale, no, il bagaglio culturale è la conoscenza, l'azione di cui sopra è di più, è la competenza, è la capacità di mettere a frutto, di utilizzare la conoscenza, o di cercare la conoscenza, riconoscerla e valutarla. E determina la consapevolezza della scelta, cioè il grado più alto di libertà. Più si conosce, più si ha capacità di discernere diverse fonti di conoscenza e di valutarne il senso e di collocarle in un sistema epistemologico, sociologico, economico, politico, più si è capaci di effettuare scelte "ponderate" si usa dire. Cioè meno sbilanciate, approssimate e maggiormente libere, funzioni di se stesse nel significato più alto; dipendenti dunque e dal filtro dell'elaborazione del proprio ragionamento, arricchito e perfettibile dai dati e dalla conoscenza dei fatti e non solo da tutti i fattori dei punti 1, 2, 3 e, soprattutto, 5. Governare le proprie scelte. Dove proprie ha un valore specifico. Anche la scelta inconsapevole è propria, ma, proprio perchè inconsapevole, può rivelarsi fallace, non rispondente ai nostri propositi e/o interessi, qualora le opinioni che ci han condotta a prenderla sono infondate, o false, o generiche, o incomplete, o parziali, etc..etc...
  7. Nel caso di cui stiamo ragionando: è un dato che riguarda il punto cinque il fatto che la stampa, o parte della stampa, o non sia stata in grado, o non abbia voluto dare informazioni complete e veritiere sul voto brexit e sulle conseguenze del voto brexit. Gli inglesi avrebbero comunque scelto per un sì o per un no, ma con minore distanza tra percezione e realtà. La percezione è stata falsata, la realtà è stata distorta. E' un dato di fatto che parimenti abbiano agito le forze politiche sia del no che del sì, e ci può stare. Ma compito della stampa è informare nel modo più ampio e possibile la società. Non lo fa? Allora una democrazia sana deve supplire questo vulnus, fornendo a tutti i cittadini, non uno di meno, strumenti culturali e competenze, da rinnovare progressivamente lungo tutto l'arco della vita, non solo nel ciclo dell'istruzione formale,  in modo da districarsi nella selva e annullare da solo le distanze tra percezione e realtà.
  8. Più si approfondisce e più viene fuori il peso del fattore xenofobia. Non è stato tanto il fastidio per l'ingerenza, buona o cattiva che sia, dell'Europa, ma il fastidio per lo straniero mostrato da un preciso segmento di popolazione: oltre i 60 anni ( ricordiamoci sempre che è la percentuale maggiore di votanti nelle democrazie occidentali a bassissima demografia), il fastidio per "colui che toglie il lavoro ai nostri figli" è stato rilevato in tutti i sondaggi, interviste, e abilmente maneggiato dal remain, completamente ignorato dal leave. L'altra variabile del remain negli ultra cinquntenni: basso livello di studi. In realtà i due fattori rivelano anche altro: paternalismo, prima che nazionalismo. "l'ho fatto per i miei nipoti", ovvero, ho deciso io per i miei nipoti, non per me, che tanto tra dieci anni non ci sarò. Non credevo che anche gli anglosassoni potessero esserne affetti.
  9. I giovani hanno votato remain. No. Quella parte molto limitata dei giovani coincidenti coi millennials, il 25/30 % hanno votato remain, tutti gli altri non hanno votato. Chiedersi chi sono e perché non hanno votato. Per trovare ausili alla risposta analizzare: a. Il sistema d'istruzione inglese: al di là delle buone intenzioni di Blair, e delle precedenti infauste scelte della thatcher, il sistema d'istruzione inglese, fortemente centrato sulla valutazione ( hanno i migliori sistemi e istituti di valutazione del mondo), si è rivelato, alla lunga, un sistema profondamente diseguale. La fascia d'età di cui stiamo parlando è esattamente figlia di quelle riforme sotto Blair. Aggiungo un piccolo dato: Scozia e Irlanda si sono tirate fuori da quel modello di valutazione circa sei anni fa. Perché, nonostante le ottime intenzioni, i sistemi fortemente centrati sulla valutazione ( hard accountability ) , alla lunga generano diseguaglianze ( di sistema e dunque di rendimenti)? Su questo quesito la ricerca educativa internazionale si interroga e accapiglia da anni, c'è da dire che la Finlandia non ha un sistema di valutazione ed è prima al mondo nei rendimenti. Possono essere coincidenze, possono non esserlo, ma è bene ragionarci su. Anche perchè il quesito collegato è: qual è il rapporto tra diseguaglianze di esiti scolastici e scelte democratiche considerando la fascia di età 20/25? 
  10. Un altro tema è la conoscenza e consapevolezza della politica e del funzionamento democratico dello Stato nella fascia 20/25 (anche nella altre fasce certo, ma concentriamoci su questa fascia intanto). Anche nel sistema inglese le cosiddette conoscenze e competenze di cittadinanza,  come insegnamento sia disciplinare che trasversale, , sono fornite a tutti gli studenti nella fascia media dell'età scolare. In realtà è bene distinguere le conoscenze in cittadinanza dalle competenze di cittadinanza, le prime sono gli insegnamenti specifici, la nostra vecchia educazione civica, le seconde sono le azioni trasversali guidate dalla scuola, che un ragazzo può fare, in senso ampio, ad esempio ripitturare la sua scuola, fare volontariato, capaci di sviluppare il suo vivere con gli altri e per la società in modo attivo. Le conoscenze sono banalmente le informazioni ( chi scrive le ritiene vitali) che riguardano lo stato, le leggi, la democrazia, la politica. Dicevamo: tali conoscenze, sia in UK che in Italia, vengono impartite nella fascia scolare media, da noi in una sola ora, ma non ha valutazione, e nemmeno una specificità di cattedra. Nelle scuole superiori tale insegnamento scompare (il diritto/economia rimane solo i alcuni percorsi specifici, tipo la ragioneria, non esiste nel liceo classico o scientifico, non esiste in molti altri, se non per scelta della singola scuola e come insegnamento extracurricolare, se volete che sia presente come materia curriculare almeno negli ultimi due o tre anni delle superiori firmate questa: https://www.change.org/p/inseriamo-le-conoscenze-e-le-competenze-civiche-e-di-cittadinanza-a-scuola ), come scompare nella memoria; rimangono le esperienze utili a implementare le competenze di cittadinanza (il volontariato, l'attivismo, il fare progetti vari..), rimane lo studio di tutte le altre discioline, che se fatto bene contribuisce alla formazione dei valori, ma le competenze specifiche di cittadinanza su quali conoscenze giuridico/economiche/finanziarie si fondano? Nelle scuole superiori, e anche in UK è così, coltiviamo e bene generiche competenze di cittadinanza, ma non conoscenze di cittadinanza, se non nei tipi di scuola che prevedono specificatamente insegnamenti di diritto. Chi ha detto e dice agli adolescenti cosa sono i partiti, chi è e cosa fa il capo dello stato, a che servono la regina o il presidente della repubblica, come funziona la gerarchia delle leggi nel passaggio tra il livello europeo e quello nazionale, cosa è una crisi di governo? che cos'è la dialettica politica e l'alternanza dei governi? Nessuno, no, scusate, glielo dice il punto 7, cioè stampa e TV, no, scusate, i social. Ma sui social nessun adolescente scrive di politica. O forse lo fa il 5 % del 30 % che ha votato. Un ragazzo di 18 anni sa recitare a memoria un passaggio dell'Amleto, o, nel nostro caso, sa chi sono Renzo e Lucia, ma se gli chiediamo in cosa consiste nel concreto il lavoro di Cameron, o cosa fa Piero Grasso, non sa rispondere. E nemmeno se gli chiedi per chi voti e perchè nel 70% dei casi sa rispondere. 
Se io chiedo a un 18 enne italiano cosa fanno Emergency, o la Caritas, lo sa, generalmente lo sa, ma cosa vuole dire l'articolo della Costituzione laddove recita che la responsabilità penale è personale, non lo sa.E sa perfettamente che la politica è tutta sporca ed è meglio non avvicinarsi. Non conosce le regole elementari dell'organizzazione di uno Stato non perché quel giorno era assente, ma perché non esiste un insegnamento specifico per tutti di diritto alle scuole superiori. Se qualcuno glielo ha spiegato alle elementari o alle medie...non so, ditemi voi quali probabilità ci sono a. Che se lo ricordi, b. Che fosse insegnamento da impartire a sette anni senza riprenderlo a 18. Tali lacune riguardano anche l'economia e la finanza. Visti gli eventi recenti, dalla crisi sui subprimes negli States, alle nostre crisi sui derivati, ditemi se non siano insegnamenti fondamentali e non da affidare a discrezionalità o progetti o a "competenze trasversali" che la scuola può progettare e implementare, ma anche no.
  1. 11. Le conoscenze di cittadinanza della popolazione adulta. Svolgimento. E qua sfido la distanza tra la vostra percezione e la realtà. Non voglio spaventarvi. Però, se un 18 enne almeno ha delle competenze di cittadinanza, gli adulti nemmeno quelle. I dati sulle competenze di cittadinanza della popolazione adulta sono devastanti. Li collego ai dati sulla lettura: il mercato editoriale è trainato dalla fascia dei lettori accaniti, che, udite udite, ha un'età compresa tra i 9 e i 15 anni, poi crescendo, non si legge più. Vale in Inghilterra, che comunque è un popolo di lettori, ma di giornali. Ma vale soprattutto in Italia. Come se la parola libro e la parola istruzione fossero collegati al periodo adolescenziale e giovanile e non alla vita stessa. Cosa significa? Cosa vuol dire mettere in rapporto lettura e competenze di cittadinanza? Che la popolazione adulta è abbandonata al punto uno, alle sue percezioni, o alle deformazioni dell'informazione. Anche quando è in buona fede, l'informazione non è mai completa, esempio: noi italiani a sappiamo tutti che sono arrivati ieri 5.000 migranti. Quanti di noi sanno che di questi 4.000 se ne vanno poi in altri paesi e che per i 5.000 l'UE ci dà fior di soldini per gestirne l'accoglienza? La percezione degli italiani è che la presenza di islamici nel nostro paese è del 20%, quando sono poco meno del 4%. Farage continuava a tuonare contro lo straniero, e questo messaggio arrivava all'elettore, senza filtri, senza contraddittorio, ma, nello stesso articolo o servizio, qualcuno diceva all'elettore, al pensionato del Galles,  che uscendo dall'UE, non chiudeva soltanto le frontiere, ma si chiudeva in una stanza col gas dentro, la sterlina crollava e la bolletta della luce come di altro si impennava? Qualcuno riflette sul fatto che i punti uno, due e tre, se nessuno li governa, con istruzione e formazione completa, a scuola e in tutto l'arco della vita del cittadino, sono in mano al diavoletto entropico del quarto e del quinto potere? o, peggio, sono in mano alle opinioni sui social, aiuto aiuto, cioè della percezione, non mia ma di altri, non della conoscenza della realtà, quella che si acquista leggendo, approfondendo le fonti, di prima mano, ma di opinioni frutto di percezioni di altri a cui aggiungiamo le nostre opinioni frutto di nostre percezioni. Se si va di percezione in percezione il gioco è facile da prevedere e non è un bel gioco. 
  2. 12. Tutti devono votare, e scegliere da se se votare o meno e cosa votare o meno, anche un condannato all'ergastolo ha questo diritto, è un diritto, è dovere la scelta. Ma tutti devono studiare e bene. Giusto, mi dite voi, è un diritto per ciascun ragazzo e ragazza, e per questo ci battiamo. È o no un diritto e un dovere  impartire loro anche conoscenze approfondite di diritto e finanza? e tra i 15 e i 18 anni, non solo nel ciclo primario degli studi. Mi permetto di aggiungere un elemento: è un dovere sociale, non solo un diritto individuale. Ma vale solo per l'età scolare? Studiare è un dovere che si esercita da zero anni alla tomba, coincide non solo con la scuola, ma con la vita stessa. Dovremmo comprenderlo. E dovrebbero comprenderlo i governi. Perché è etico. E a me, dire che è etico, basterebbe. A voi non basta. E allora aggiungo: perché l'ignoranza, a qualunque età sia collocata, costa. E lo sapevamo in astratto. Oggi lo sappiamo in concreto: gli effetti del voto assolutamente superficiale, approssimato e inconsapevole sul brexit, legittimo in quanto voto, pericolosissimo in quanto spesso inconsapevole, ebbene, tali effetti noi li abbiamo pagati con 41 miliardi bruciati solo sulla borsa di Milano. 41 miliardi che si sommano a quelli bruciati a Londra e in altre capitali europee; ci pagheremmo la formazione e l'istruzione in cittadinanza di tutta la popolazione europea. La finanza, la politica, dovrebbero riflettere bene quando storcono il naso di fronte alla richiesta morale di una istruzione di qualità per tutti. Beh, i tutti si vendicano. E quando si vendicano sono cazzi seri, perché i tutti sono di più. Nell'attesa, avviso ai naviganti, potete studiare. Si fa gratis e rende tantissimo. Un pdf di qualunque libro lo si può scaricare e dedicarci quella mezzoretta accanto alla mezzoretta di cazzeggio sui social è cosa buona e giusta.
  3. 13. Tredicesimo, nei fattori dei punti 1,2,3 aggiungere dunque le quantità. I tutti son di più. Nelle democrazie contano le maggioranze, decidono le maggioranze, ci si regola con le maggioranze. Le minoranze ci pensino prima delle decisioni prese delle maggioranze a incidere sui fattori dei punti 1, 2, 3 e 7. Prendersela con le maggioranze dopo ha poco senso, nessuna efficacia e nessun valore democratico.

Ovviamente i 13 punti di sopra possono divenire cento o duecento, ad essi possono aggiungersi tutte le altre vostre, o altrui o mie, valutazioni possibili e immaginabili sui motivi di un voto, motivi nazionali, locali, individuali, collettivi, sovranazionali, geopolitici, e chi più ne ha più ne metta. Tutti legittimi. Ricordatevi però del punto uno e due di cui sopra...valgono per qualunque valutazione. 



Inviato da iPad

martedì 7 giugno 2016

La vita è troppo breve.



«Vorrei dire qualcosa di importante, qualcosa che vi farà riflettere. La vita è troppo breve, e quando mettiamo insieme tutti i viaggi, le ore di sonno, gli anni di scuola, gli svaghi, ecc. ecco che abbiamo passato metà della nostra vita a non fare niente. Adesso ho 35 anni, fra 30 anni ne avrò 65... Potrei prepararmi a incontrare il Creatore. Dedicarmi all’immobiliare, fondare un’azienda, fare l’allenatore di boxe, tutto questo non mi porterà alla vita eterna...Lasciate che sia io a porre una domanda al pubblico. Quanti di voi credono nell’esistenza di un essere supremo? Quanti di voi credono nell’esistenza di Dio? Quanti di voi credono che esiste una potenza che ha creato il sole, la luna e le stelle? Quanti di voi credono che tutte queste cose non sono nate per caso? Qualcuno di molto più potente e saggio di noi le ha create... »«Di conseguenza sono convinto che tutti noi saremo giudicati. Potrebbe un uomo come Hitler sterminare gli ebrei e farla franca? Qualcuno dovrà punirlo. Forse non adesso, ma certamente dopo la morte. All’inferno per l’eternità. Perciò dal giorno in cui lascerò la boxe ho intenzione di prepararmi a incontrare Dio perché… ho paura di bruciare all’inferno per l’eternità. E allora che cosa farò?... Quando lascerò la boxe, o quando avrò finito la mia carriera di atleta, farò tutto quello che sarà in mio potere per aiutare il prossimo. Ecco un poveraccio appena sbarcato in America. Ecco un gruppetto di ragazzi che ha bisogno di sostegno e qualcuno mi chiede di aiutarli. Dio mi guarda. Dio non mi ha dato una pacca sulla spalla perché ho sconfitto Joe Frazier. A Dio non gliene frega niente di Joe Frazier. Non gliene frega niente di Inghilterra o di America, per quanto ne sappia io. Dio vuol sapere come trattiamo il nostro prossimo e quello che facciamo per aiutare gli altri. Perciò consacrerò la mia vita a mettere il mio nome e la mia fama al servizio delle associazioni di beneficenza, al servizio degli altri, per riportare la pace e l’unità tra i popoli... in questo mondo c’è bisogno di qualcuno che ci aiuti a ristabilire la pace. E quando morirò, se esiste un paradiso, voglio andarci».

Di Cassius Clay - Muhammad Alì, hanno detto di tutto ai suoi tempi. Alcuni lo definirono un pagliaccio retorico. In realtà le sue azioni da metà della sua vita in poi corrisposero alle parole di sopra.
Belle parole, vero, che però quando si traducono realmente in azioni creano disagio, scompiglio, sconcerto, sospetto. Certo uno che si fa la galera e si fa togliere il titolo mondiale perchè decide di non andare in guerra a uccidere i suoi simili puoi ammirarlo da lontano, in fondo ti dici, questo è pazzo.

Ecco, invece ci capita di incontrarne altri pazzi simili, nel corso della nostra vita, che ci mettono la firma e le azioni sulle parole di sopra, magari non credendo a un creatore ma semplicmente alla forza morale dentro di sè e al cielo stellato sopra di sè.
Noi ce la mettiamo la firma e le azioni?


venerdì 3 giugno 2016

Siamo una cultura dello stupro: scriviamolo sul panno rosso.



Viviamo in una cultura dello stupro, regolata dal potere e dalla discriminazione, senza accorgercene.
Quello che sta accadendo in questi giorni, la sequela della morte delle donne, dell'abuso delle donne, sconvolge sinceramente tutti e tutte. A fronte dell'emersione estemporanea e mediatica di fatti che comunque non mostrano soluzione di continuità nemmeno quando non se ne ha notizia, è forse giunto il momento di una dolorosa riflessione individuale e collettiva. Morti, violenze, indignazioni. E poi opinioni, opinioni, opinioni. Foto, la vittima, il carnefice. L'uomo nero e la donna che non si sa perché di notte stava ancora in giro da sola in macchina. O la ragazzina che se l'è andata a cercare. Sono le parole dello stupro. L'abitudine di addossare le colpe alla vittima è qualcosa di triste, inquietante e rivoltante. È una pratica che generalmente viene perpetrata dagli uomini e dalle donne, relativamente sani e che vivono in una società in cui le relazioni sono regolate dal potere e dalla sottomissione. Questo tipo di cultura, che informa di se uomini e donne, consente agli uomini di commettere tale genere di reati e poi delegittimare le vittime. Lo stupro è il mezzo più crudele al quale un uomo fa ricorso per dimostrare a una donna "chi comanda".
Lo stupro non ha a che vedere con la sessualità, la quale per essere sana e consapevole esige educazione e conoscenza, cose che mancano completamente in Italia, lo stupro è assenza di sessualità e presenza di patologia; siamo un paese che sceglie sistematicamente di essere stato asessuato, di non fornire ai cittadini, in nessun momento della sua vita, nemmeno quella adulta, conoscenze essenziali in tale ambito, scatenando il peggio del peggio: siamo il primo paese per consumo di pornografia, siamo il primo paese per consumo di sesso a pagamento, siamo il primo paese per turismo pedofilo, siamo un paese di violenze sessuali e feminicidi, siamo un paese in cui le malattie trasmesse per via sessuale sono in aumento e siamo lungi da parlarne, da mettere tutto in relazione, o dal pensare che ci sia una grave patologia sociale in corso; anzi, abbiamo le sentinelle, con tanto di sostegno di intere forze partitiche, paladine della conservazione dello status quo dell'ignoranza e della non conoscenza, che hanno inscenato le umane e le divine cose contro l'introduzione di un'educazione di genere di base, non dico sessuale, ma di genere, cioè l'abc per far crescere ragazze e ragazzi almeno sereni e rispettosi nelle relazioni, almeno quello; lo stupro non è uno scambio di emozioni, non ha nulla di affettuoso. Lo stupro è una chiara dimostrazione della forza di una persona su un'altra. Lo stupro è violenza, è costrizione, è violazione, è tortura, è mancanza di rispetto, è crudeltà, è atrocità, è un crimine che può avere diverse facce. Più che essere accettato, la cultura dello stupro viene insegnata e perpetrata in modo potente e sommerso, ai ragazzi e alle ragazze, in modo inconscio, tacito, accettato, come un fatto naturale e sociale e storico. Fin da adolescenti, riceviamo lezioni su come proteggerci, e ai ragazzi come proteggere la "propria donna", destinata a essere protetta da alcuni perché soggetta a essere oggetto di stupro da altri. Nessuno che si chieda come proteggere gli uomini o rimuovere dagli uomini questo stereotipo potentissimo della loro naturale propensione alla violenza, specie sulle donne.
È un dato di fatto che, poiché apparteniamo al genere femminile, prima o poi verremo attaccate, violentate (in realtà, si stima che una donna su cinque sia stata vittima di abusi sessuali nel corso della sua vita). In ogni caso, i ragazzi imparano presto il culto del "fallo", delle gambe aperte e dell'essere legittimati a comandare, al comando. Le donne non comandano, se lo fanno sono viste con sospetto e diffidenza e non vengono accettate come leader in primis dalle donne stesse, troppo forte è la cultura della sottomissione solo al maschile. A meno di non rinunciare alla femminilità, se la conservano, tale femminilità passa prepotentemente e sempre in primo piano rispetto alla leadership, trovando in essa e solo in essa principio e fine agli occhi di tutti, aggiungo di tutte. A meno che tale femminilità non trapassi subito in quella di madre o nonna, dunque donna matura. Ed è uno dei segni della rinuncia sociale e collettiva alla leader hip della donna in quanto persona avente una leadership e basta, e non in quanto funzione naturale, mamma, madre, o cosa, bella o brutta. È un ciclo sbilanciato quello di un'educazione e di un sistema socio culturale siffatto che si trasferisce a chi cresce attraverso la totalità dei messaggi e dei linguaggi esistenti, a prescindere da ogni iniziativa apertamente "contro la violenza sulle donne", il simbolico introiettato e manifestato che respirano intorno ovunque, nei comportamenti e nelle parole e nei fatti intorno, dice e rappresenta altro e condurrà questi adolescenti all'età adulta. Con un coacervo di dubbi e mancate educazioni indispensabili, su tutte l'educazione sessuale, convitata di pietra di rapporti dissolti, assolti o non risolti, con se stessi e con l'altro e l'altra. Perchè il sesso appare e scompare di volta in volta come strumento, obiettivo, arma, canale, dominatore, rimozione, e tutto quel che ci viene in testa. Ma non come educazione, e tale dovrebbe essere innanzitutto. Nulla rema oggi in Italia contro una presentazione e rappresentazione e funzione e azione della donna di tipo diverso. Sicuramente non lo fanno nè il sistema legislativo, nè quello comunicativo, nè quello informativo. Anzi. In un circolo vizioso tra società immatura e cultura immatura. A prescindere da ogni educazione scolastica contro la violenza sulle donne, tale violenza, se non viene identificata, limitata, definita nella sua vera essenza e origine, trova feroci e insospettabili modalità di generarsi e autogenerarsi in una definizione sempre identica di vittima e carnefice. Allontanando sempre di più uomini e donne.
Gli uomini che commettono degli stupri non sono poi così lontani da questa profonda cultura, che ha la forza potente di ogni archetipo, siamo ben oltre lo stereotipo. Così come gli uomini che non ne commettono affatto di violenze, che sono sinceramente indignati di fronte a violenze sessuali o crimini di genere, ma che credono inconsciamente che una donna abbia ragione d'essere solo in relazione a loro, e finiscono con l'essere soggetti alla stessa mentalità, senza saperlo, senza riconoscerlo, pur dichiarandosi contro ogni violenza, nel volerne fare oggetto di protezione e non soggetto di azione. Il linguaggio, come espressione del limite del mondo rappresentato dagli uomini e non dalle donne, diventa sottile ma macroscopica manifestazione di tutto ciò, l'assenza delle donne da ruoli diversi da quelli che storia e natura le hanno assegnato.  Questa realtà è poco esplorata, rimossa, minimizzata. E, di stupro in stupro, di morte in morte, appendiamo stracci rossi alle finestre, certi in cuor nostro della necessità non violenza e della battaglia alla discriminazione ma immersi dentro essa fino al collo. Non meno grave sarebbe, anche se immensamente più rara e atipica, la presenza di casi inversi, di violenza o morte agita da una donna su un uomo in quanto uomo. Perché sarebbe segno di meccanismi patologici simili. Da analizzare e condannare in modo identico, senza tentazioni comparative o giustificazioniste. La donna in quanto donna ha ancora timore a uscire fuori nella scena pubblica, che è privata, con ruoli diversi, autonomi, nuovi, indipendenti, conscia che se lo fa dovrà pagare prezzi. La solitudine, il sospetto, la diffidenza, degli uomini e delle donne. La donna in quanto donna ha ancora tanta strada da fare per arrivarci a una scena pubblica che è emanazione di una dimensione privata paritaria, che non voglia dire uguale. Che dunque stia al suo posto. L'uomo poi, è migliaia di secoli lontano dall'iniziarla la strada per comprendere che la sua costola sta ancora là, nel suo petto, e che le donne sono altro da se, sono accanto forse. Comprese madri e sorelle. E quello delle madri dedicherebbe uno scaffale a parte. Perchè una figlia si affranca da una madre, entrando in età adulta e relazionandosi da pari, un figlio mai. Una madre si affranca da una figlia, trattandola da adulta, da un figlio mai. Ma questa è tutta un'altra storia, dentro la stessa storia. Di potere e poteri, non di uguaglianza, di possesso e proprietà non di libertà.
E allora cosa fare? Educare, educare, educare. Non solo chi cresce ma in primis gli educatori, verso riflessioni franche e profonde, che vadano verso la rimozione e non verso l'acuirsi delle divisioni e delle discriminazioni. Le strade intraprese siano quelle giuste. Educare, educare, educare, mettendo nell'angolo i nemici della conoscenza e della consapevolezza, come complici della cultura dello stupro, della discriminazione, della sottomissione, non come guardiani di un tradizionale malinteso. Oggi tacciono gli imbroglioni del "gender" di fronte alla morte. Torneranno all'attacco come sentinelle della discriminazione e complici della cultura dello stupro, a volte ignari di esserlo, ma spesso consapevoli. Educarci, educarci, educarci, non perdere mai occasione di studiare per capire e approfondire. L'educazione non è parte della vita, ma è la vita stessa.

Che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così. Solo che, quando si tratta di rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare, ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare.

giovedì 2 giugno 2016

Uomo, ehi tu.



Non vogliamo essere rispettate come donne, ma come persone, non vogliamo essere adorate e tutelate, perchè donne, non vogliamo fiori, perchè donne, ma perchè persone; non chiediamo eroismi e gesti eclatanti. Le donne sono persone, non cose, non involucri (bella, brutta, carina, alta, bassa), non funzioni (moglie, fidanzata, ex fidanzata, madre). Sono persone, nel bene e nel male, come ogni singola persona. Vogliamo la parola, l'identità, il riconoscimento e la libertà, anche quella scomoda e se non le abbiamo, ce le prendiamo. E se ce le prendiamo, cercate di accettarlo, di avere "le palle" di accettarlo, nella sfera pubblica come nella sfera privata. Cominciate a fare i conti con le vostra incapacità, noi con la nostra li abbiamo fatti da secoli. Cominciate a fare i conti con le vostre debolezze, accettatele. Noi con le nostre li abbiamo fatti da secoli. E con la nostra forza, con il nostro coraggio fateci pace, non guerra. Non si chiama isteria, non si chiama malo carattere, si chiama forza e si chiama carattere. Non si chiama aggettivo, si chiama donna, si chiama persona.
Tu ne hai? Forza tale da accettare la forza delle donne? Ce l'hai? Di ammettere che una donna ne ha, di forza? Che è immensamente più grande di qualunque tuo rimbrotto, di qualunque tuo scherno, di qualunque tua minimizzazione, di qualunque tua paura, di qualunque tua violenza? E che devi farci i conti più tu che io? Proteggi gli uomini piuttosto, quelli che la strada l'han persa e che tale coraggio non ce l'hanno. Io posso vivere senza di te, impara a vivere senza di me. Figlio mio. Fratello mio. Marito mio. Uomo mio. Non sei più mio, non sono tua madre, tua sorella, tua moglie, tua donna. Sono una donna, punto. Semplice. Le declinazioni fammele trovare da me. Non sei il mio specchio: il mio specchio sono io; mi vesto per me e se voglio cammino nuda. Per me. Non me la vado a cercare, perchè la strada è anche mia e voglio camminarci come voglio, quando voglio, esattamente come te, per andare dove voglio. 
Sola. In compagnia. Di giorno. Di notte. Non devi più difendere me, ma capire perchè qualcuno, come te, una persona normale, offende me, oltraggia me, picchia me, ammazza me. Sposta lo sguardo da me a lui e cerca di misurare la distanza da te a lui, da te a te stesso, fate i conti con la vostra anima. Cammina per la strada, senza invadere, oscurare, occupare la mia e allora mi troverai accanto. Io non ho bisogno della tua forza fisica, ho bisogno oggi della tua forza morale nel riconoscermi come persona, in ogni mio atto, in ogni mia libertà, in ogni mia espressione. In ogni mia decisione. In ogni mia qualità e in ogni mio difetto. Persona. Trova la tua forza in altro modo e misurati con te stesso, non con me. Fallo questo sforzo. Fallo. Noi abbiamo secoli di esercizio. Se vuoi possiamo pure dirti come si fa, ma fallo. Da adulto, non solo da bambino perchè "si educano da piccoli", fallo, sforzati. Le principesse si son salvate da sole, adesso vedi di salvare te stesso, da te stesso e dalla gabbia che ti han costruito intorno. Cresci e smarcati dalla violenza, dalla supponenza, dall'equivoco, dalla tracotanza, dalle pulsioni ingiustificate e ingovernate, quando sono ingiustificabili e governabili. Smarcati dallo sguardo e pratica di più l'esercizio del pensiero, quando hai donne davanti. Un uomo non è cacciatore, il cacciatore cerca prede per ammazzarle.  Sei capace di spezzare le barre di gabbie così grandi da non vederle per primo tu?
Risolviti un'infanzia mal gestita. Un linguaggio sempre uguale, non compreso da te stesso per quel che sottende. Rituali sempre uguali, quando siete più di uno. Fallo, fallo da grande, fallo da solo, di rifletterci, che non se ne può più di tutto ciò, fallo, da solo o con altri uomini. No, non ti chiameranno frocio, a meno che tu non lo sia o voglia esserlo. Non hai nemmeno il coraggio di superare anche questo rischio? Che palle hai? Solo per la violenza, per la prevaricazione e nessuna per la vita? Riflettete su ciò che siete, su ciò che volete, su ciò che fate con le donne e delle donne. Se ne siete capaci. E allora mi troverai accanto. E quella sarà la vera famiglia. Sennò no.
E tu donna, lo hai capito?

lunedì 23 maggio 2016

Un millimicron dal cuore e dalla testa

Non mi sono mai voluta infilare in discussioni su antimafia, antimafia di facciata, lotta per la legalità strumentale. No, mai.
Però oggi mi sento l’obbligo di parlarne. Con uno sforzo immane, perché so quanto è difficile parlarne senza sbagliare o travisare o occupare terreni che smottano..
Ok, lo scriverò tutto d’un fiato. Credo nell’antimafia. Non ho mai smesso di crederci. Credo nella necessità di dotare chiunque di strumenti culturali, sociali ed economici per discernere ciò che è antimafia e ciò che non lo è. Cio che è mafia e ciò che è mentalità mafiosa. Ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. In qualunque modo e in qualunque ambito.E in questo crederci, mai per un attimo mi sono soffermata a diminuirne il valore o a renderne meno urgente e importante la presenza e l'azione solo perché alcuni ne hanno fatto carne di bancata.
Credo che sostenere chi a vario titolo si impegna in questo obiettivo sia una delle cose basiche che ciascuno di noi può fare per “fare la propria parte”, oltre alle altre azioni, più strutturate e complesse che si mettono in campo.
Credo che sia enormemente pericoloso smontare persino di un millimicron dal cuore e dalla testa di chiunque la speranza e la certezza che tutto ciò abbia un senso, che sia importante avere un movimento antimafia, sociale e culturale: non mi son mai sentita di affrontare il tema con punte di cinismo, di sarcasmo, di giudizio sommario, quando si verificano atti impropri in seno a tale movimento, perché è statistica l’errare, è umano l’errare, ma non si può buttare il bambino con l’acqua sporca con posizioni che si accompagnano al retro pensiero, alla dietrologia, alle strumentalizzazioni, di posizioni di parte. O al credere di sapere tutto, di averlo previsto e di averlo sempre detto. Mi sembra ingenuo; eppure, nel mio credere profondamente nell'antimafia, in tanti hanno avanzato verso di me il sospetto di ingenuità. Quando è ingenuo il contrario. E' necessità, non ingenuità.
Nessuna considerazione sull’ “antimafia di facciata”, così la chiamano? Nessun dibattito ozioso su questo tema, può distrarmi per un millesimo di secondo dalla necessità di mantenere intatto il valore dell’antimafia.
E questo vorrei trasferire a chiunque: discernimento, attenzione, cautela, senso della complessità, conoscenza e consapevolezza. In ogni ambito, in questo ancor di più. Capacità di rimanere nel merito senza spostarsi ad ogni piè sospinto dalle idee necessarie alle persone o agli argomentatori. Lo dico oggi e non lo dirò spesso, per tatto, per rispetto di quanti operano nel bene, per rispetto di chi cresce e osserva. Io credo nell’antimafia.
Per mesi, forse addirittura anni, mi sono sentita una pentola di fagioli e questo fastidio cresceva, cresceva. Lo ripeto. Credo che sia enormemente pericoloso smontare persino di un millimicron dal cuore e dalla testa di chiunque la speranza e la certezza che tutto ciò abbia un senso, che sia importante avere un movimento antimafia, sociale e culturale: non mi son mai sentita di affrontare il tema con punte di cinismo, di sarcasmo, di giudizio sommario, quando si verificano atti impropri in seno a tale movimento, perché è statistica l’errare, è umano l’errare, ma non si può buttare il bambino con l’acqua sporca con posizioni che si accompagnano al retro pensiero, alla dietrologia, alle strumentalizzazioni, di posizioni di parte.
Daniele, grazie.
Grazie per aver sollevato il coperchio del mio borbottio e averlo trasformato in obbligo di testimonianza. Dire cosa? Che sono fiera e contenta che esistano in Italia realtà come Addio Pizzo, che esista costante e perenne l’attività delle forze dell’Ordine. Che esista un movimento antimafia, o anticamorra, o anti ndrangheta, sincero e disinteressato. Che esistano persone, di qualunque razza, religione, provenienza, sesso che si impegnano nella nostra città in prima persona nella denuncia, nella frantumazione dell’omertà, nelle indagini.
Una città multiculturale nel dna. Multiculturale anche nell'impegno. Nessun esotismo, fa parte della nostra identità più alta e nobile.
Non per dire che va tutto bene madama la marchesa in questa città o in questo paese, no, va tutto male, o qualcosa va bene e qualcosa male. Ma c'è chi compie un lavoro artigianale e potente nel verso giusto. Ogni giorno, ogni momento, in ogni luogo.Con tutte le difficoltà possibili e immaginabili. Mette in conto i fallimenti, ma continua.
Questo rende molto più semplice il lavoro nelle classi ai miei colleghi. Allontanando il cinismo quando va bene, la rassegnazione quando va male, la litania del sono tutti uguali che veramente non ce la possiamo più di sentirlo, con quegli esempi, perché possiamo solo insegnare con l’esempio. Questo rende più semplice, a me, cittadina comune, rafforzare il mio sostegno totale a voi, e il mio impegno ad essere migliore, senza reticenze,  a crederci a esserci, al vostro servizio se necessario, a fare. Sempre.

Mi faceva piacere scriverti che nelle scorse settimane abbiamo aiutato e accompagnato alla Squadra Mobile di Palermo commercianti bengalesi e di altri paesi che con dignità e senso civico hanno raccontato i soprusi, le estorsioni,le minacce e le rapine subite da personaggi che hanno tenuto a ferro e fuoco il centro storico di Palermo....

Grazie.