mercoledì 20 aprile 2016

Il basso consumo culturale degli italiani: spunti per una discussione.


18 aprile 2016 Incontro presso la casa editrice Laterza 
alla presenza del Ministro Dario Franceschini e 
della Presidente della Commissione Cultura della Camera, Flavia Nardelli
Contributo alla discussione di Mila Spicola
Riflessioni (in corsivo) a margine degli spunti offerti da Giuseppe Laterza

IGNORANTI PER SCELTA?

I nostri bassi consumi culturali non dipendono solo da un ritardo secolare.
Occorre discutere anche le scelte (quelle fatte a quelle non fatte) degli ultimi anni. Una scarsa sensibilità al tema sembra comunque accomunare le classi dirigenti italiane di ieri e di oggi.
Forse perché si cerca un consenso più immediato. Forse perché si affida alla ricchezza del patrimonio artistico tutta la rappresentanza culturale italiana. Forse perché il mondo della cultura è diviso e rissoso.
Sta di fatto che si è investito poco nell'offerta e nella formazione.
Il costo di questa scelta in termini di mancato sviluppo economico, sociale e civile è alto, come hanno documentato tante autorevoli ricerche (si veda in proposito il volume di Ignazio Visco "Investire in conoscenza" edito dal Mulino).
Per risalire la china, l'investimento primario è quello nella scuola, nell'università, nella ricerca. Ma non basta.
Senza un grande progetto per la cultura il nostro paese difficilmente potrà uscire da una condizione di arretratezza che è insieme economica, tecnologica ed etica: una condizione che produce al tempo stesso corruzione e disoccupazione.
(Sappiamo che l'ignoranza non si traduce solo in minore lettura di libri o frequentazione di mostre: porta anche ai bassi indici di raccolta differenziata o al cattivo uso del sistema sanitario, per fare solo due esempi di costi ingenti).
Giuseppe Laterza




Difficile affermare in modo generale se l’ignoranza sia una scelta o una condizione.
Levi Strauss ribadiva come sia il sistema a generare i sentimenti. Se anche credessimo nelle volontà e responsabilità individuali è indubbio che il sistema generi comunque dei comportamenti indotti, sia per assuefazione che per reazione.
Sono temi complessi quelli che ci vengono posti da Giuseppe Laterza, temi che interrogano più ambiti e a più livelli, per cui mi scuso sulla necessaria semplificazione adottata in queste brevi note, e su  qualche approssimazione; affronterò le tematiche dal mio particolare punto di vista: quello di esperta di restauro e conservazione dei beni culturali che a un certo punto della sua vita si è trovata ad essere insegnante e oggi collabora col Miur, dunque una visuale ampia e forse un po’ distorta proprio per il suo essere un po’ troppo ampia.

Andiamo all’incontro di oggi. Gli ambiti interessati dalla discussione sono quelli dell’istruzione? Della produzione culturale? Della comunicazione? Della fruizione? Dell’accesso?
Se fino a qualche lustro fa tali ambiti erano precisamente delineabili e distinti oggi possiamo dire che si intersecano ed è un bene. Perché significa che possono mettersi in campo strategie multidimensionali per problemi multidimensionali, appunto.

Investire in conoscenza, dice Visco. Certo. Riprendiamo le fila del discorso. Mi concentrerò di più sull’ambito scolastico.

Nel 2010 la Commissione Europea ha presentato “Europa 2020”, una strategia per una crescita:

o    Intelligente attraverso lo sviluppo delle conoscenze e dell’innovazione
o    Sostenibile basata su un’economia più verde, più efficiente nella gestione delle risorse e più competitiva
o    Inclusiva volta a promuovere l’occupazione, la coesione sociale e territoriale.

Il primo punto è quello che ci riguarda direttamente e che è stato posto in cima, ma gli altri due, se non hanno come premessa una popolazione colta e fornita di “competenze chiave” difficilmente possono attuarsi. Dunque l’obiettivo è costruire una società della conoscenza (fatta di saperi e di competenze) come premessa indispensabile della ricchezza delle nazioni, ricchezza intesa in termini materiali e in termini immateriali.
Il 2010 è un anno che rappresenta un punto di arrivo di un processo di elaborazione della strategia che parte dal 2000, nel 2008 (trattato di Lisbona)  vengono definite le 8 competenze chiave, poi ribadite nel 2012  ( la competenza  rappresenta la capacità di utilizzare conoscenze, abilità e, in genere, tutto il proprio sapere, in situazioni reali di vita e lavoro, dunque non è una rilevazione di semplice conoscenza, cioè di sapere tradizionale, ma qualcosa che il sapere comprende in se e trasforma in capacità spendibile) che deve maturare un cittadino europeo per partecipare in modo sano alla vita collettiva.



Si stabiliscono anche degli obiettivi da raggiungere, in particolare la Commissione Europea ha definito cinque livelli di riferimento del rendimento medio europeo che l’Unione avrebbe dovuto raggiungere entro il 2010:

o    ridurre la percentuale di abbandoni scolastici almeno del 10%;
o    aumentare almeno del 15% il totale dei laureati in matematica, scienze e tecnologie, diminuendo nel contempo la disparità di genere;
o    arrivare almeno all’85% di ventiduenni che abbiano completato il ciclo di istruzione secondaria superiore;
o    ridurre la percentuale dei quindicenni con scarse capacità di lettura almeno del 20% rispetto all’anno 2000;
o    innalzare almeno al 12,5% la partecipazione degli adulti in età lavorativa, ossia tra i 25 e i 64 anni, all’ apprendimento permanente (lifelong learning).

Tali obiettivi non sono stati raggiunti dalla maggioranza dei paesi membri e sono stati ritarati per il 2020.
L’Italia in particolare si trova più indietro: siamo primi per abbandoni scolastici e per numero di laureati, e abbiamo un fortissimo divario territoriale anche in ambito scolastico che si sovrappone perfettamente al divario economico, sociale e culturale.

Questo in valore assoluto.
Disaggregando e approfondendo dobbiamo però intercettare  anche le cose positive:

1.      i tassi di dispersione scolastica (nonostante la frammentarietà e la discontinuità della azioni) sono scesi molto in valore assoluto (dal 24% circa negli anni 2000 al 17% del 2016)
2.      pur mantenendo una posizione media nella classifica dei circa 70 paesi in cui si effettuano le rilevazioni delle competenze Ocse PISA sui 15 enni (misurano due competenze chiave: comprensione del testo e ragionamento logico matematico), siamo comunque, insieme alla Colombia, il Paese che ha guadagnato più posizioni in classifica, cioè abbiamo dei fortissimi segnali di miglioramento, segno che, comunque lo si analizzi, il sistema d’istruzione italiano nella media “tiene”ed è stato l’unico ambito della pubblica amministrazione con il segno più dello scorso anno.
3.      I nostri licei classici e scientifici hanno risultati di eccellenza mondiale (causa il tipo di scuola, e perché hanno comunque un’utenza selezionata all’ingresso)

Queste però sono le tre cose positive generalizzabili in una situazione complessiva abbastanza varia, difficile e frammentata quale è quella dei rendimenti dei nostri studenti.

Solo un cenno alla dispersione scolastica e ai bassi livelli di rendimento:

-          riguardano aree e settori sociali precisi del paese: quielli a basso livello economico-culturale e sociale (il nucleo di appartenenza rimane ad oggi il fattore con maggiore condizionamento e peso nei rendimenti, lo diceva Visalberghi nel 1965, prima ancora di Don Milani, lo rilevano oggi sia i dati invalsi che gli ocse pisa, da questo punto di vista nulla o poco è mutato): “sei bravo a scuola se sei ricco”
-          si concentrano in altissime percentuali negli indirizzi di scuola superiore di tipo tecnico professionale, che rappresentano il 60% circa della popolazione scolastica nazionale; si tratta di bassi rendimenti concentrati dunque, o per regione, o per contesto, o per tipo di scuola,  frutto anche di orientamenti scolastici effettuati ancora oggi more gentiliano, cioè non per attitudini ma per rendimenti (i bravi al liceo i meno bravi alle scuole tecnico-professionali), rendimenti che, a loro volta, derivano in larga misura dal contesto di appartenenza.Per cui è un cane che si morde la coda: deriva dalla scarsa mobilità sociale e a sua volta genera bassa mobilità sociale (alla quale si aggrega la scarsa mobilità culturale).

Riguardo queste tematiche tutta la scuola italiana è stata investita di compiti e di parole nuove, dalle didattiche disciplinari si sta passando verso le didattiche per competenze, passaggio molto più complesso a farsi, oltre che a definirsi e programmarsi, comunque da una posizione di marginalità e autoreferenzialità si è passati a una posizione di apertura e di centralità. Le porte si sono aperte e in tutte le scuole si lavora, o si invita a lavorare,  in modo nuovo in relazione a nuovi metodi, nuovi linguaggi, nuovi obiettivi, in conformità con le direttive europee.
E si lavora anche con altre istituzioni, con gli enti locali, con le strutture e le associazioni territoriali, con gli altri ministeri, su tutti col Mibact: tanti protocolli, tanti progetti, tante direzioni nuove e contenuti connessi. Forse non non lo fanno tutti allo stesso modo, e con gli stessi livelli di qualità, ma ricordiamoci che stiamo parlando del più grande sottosistema sociale esistente nel paese, che, con tutte le difficoltà connesse, non è più fermo, ma è vivo, lavora insieme a noi e ..si muove. A un occhio disattento può sembrare il castello errante di Howl, ma così non è.
Abbiamo tolto dall’analfabetismo il Paese, abbiamo aperto la scuola a tutti, abbiamo accolto tutti: di tutte le età, provenienze, lingue, razze, possibilità e capacità, adesso dobbiamo permettere loro di raggiungere un livello di rendimenti medio alto.
Questo vuol dire far maturare a tutti gli studenti  titoli di studio superiori che corrispondano a profili adeguati e a obiettivi formativi civili e culturali all’altezza delle sfide future e ai docenti aggiornamenti di pratiche e di contenuti. Questa oggi è la nostra sfida che è una sfida culturale, sociale e civile.

In relazione a questi dati e analisi, per recuperare gli ultimi, che rimangono ancora oggi, come ai tempi di don Milani, il nostro problema vero, ultimi che non hanno solo problemi bassi rendimenti e dispersione ma altre carenze al contorno, per la prima volta un governo ha inserito in legge di stabilità una norma e dei fondi a contrasto della “povertà educativa”, una sorta di sperimentazione pilota (per chi volesse approfondire la definizione, accolta e rilanciata in Italia dall’Associazione Save the Children: http://secondowelfare.it/primo-welfare/inclusione-sociale/strategie-di-contrasto-alla-poverta-educativa-.html ),  alla declinazione operativa della quale stiamo lavorando presso palazzo Chigi con un provvedimento sperimentale, ma che vorremmo venisse esteso in modo sistematico. Indicatori di povertà educativa non sono solo fattori scolastici, cioè le conoscenze formali di provenienza scolastica, ma anche le conoscenze informali provenienti da fattori extrascolastici, cioè esattamente il consumo culturale esterno alla scuola: lettura di libri, visite a musei o siti artistici-paesaggistici, sport, teatro, musica, cinema.

In relazione ai bassi indici di consumo culturale in Italia, che poi è il tema vero di quest’incontro, un altro dato, che spesso si confonde con i rilevamenti delle competenze Ocse Pisa sui 15enni, è quello che riguarda invece il rilevamento di quelle stesse due competenze nella popolazione adulta, semplifichiamole in lettura e logica-matematica, (indagine su un range d’età dai 16 ai 65 anni), si tratta delle rilevazioni OCSE Piaac  sulla popolazione adulta (per chi volesse approfondire: http://www.isfol.it/piaac/Rapporto_Nazionale_Piaac_2014.pdf ).

In questo caso siamo messi molto molto molto, ripeto, molto male e non miglioriamo. Possiamo accompagnare le considerazioni su questo dato  a tutte le analisi e studi sulla percentuale di analfabetismo funzionale degli italiani, studi che riguardano sempre la popolazione adulta e che ci consegnano dati allarmanti sull’incapacità di comprendere un testo complesso. Dati che riguardano anche porzioni di popolazione con titolo di studio superiore (un medico che non legge un libro da anni può tranquillamente esserne affetto, perché la comprensione del testo è una capacità che può perdersi se non si esercita).
Ditemi se questo dato non sia da mettere in diretto rapporto con i dati sul basso consumo culturale.
Non solo con quello, mi permetto di dire, ma anche con tutti gli ambiti sociali, economici, civici e civili del paese.

Mentre sul piano della popolazione scolastica dunque sono state messe e continuano a mettersi in campo una molteplicità di azioni specifiche, generali, di sistema, di porzione, riforme, aiuti, e tutto quel che ci viene in testa, anche con successo tutto sommato, perché si migliora, pur se molto deve compiersi in termini di continuità di azioni di sistema e di coordinamento e riequilibrio dell’offerta formativa (due casi su tutti: la discrepanza di offerta tra nord e sud di asili e tempo pieno),  nell’ambito del recupero e dell’attenzione alle competenze di base della popolazione adulta italiana siamo invece anni luce indietro.
Cioè quell’investimento in conoscenza che tutti andiamo promuovendo, è una realtà acquisita negli ambiti scolastici, va incrementato e studiato bene in ambito universitario, mentre è completamente ignorato per la popolazione adulta.

Se consideriamo che l’aspettativa di vita si è molto innalzata, che la percentuale di popolazione adulta è nettamente preponderante, che le nascite sono ormai in bilancio negativo, rendiamoci conto che questo è un “argomento” che dovrebbe tornare all’attenzione delle politiche generali del Paese, non tanto e non solo quelle scolastiche, o quelle culturali, ma delle politiche generali perché impatta direttamente su tutti gli aspetti del vivere collettivo, non ultimo quelli della qualità della democrazia e del confronto democratico che conducono ad essa.
Analfabetismo funzionale vedi alla voce “bassi consumi culturali” e viceversa. Ma non solo. Se cultura ha significato l’inessenziale, mai come oggi tale significato deve mutarsi profondamente.
Se la cultura ha comportato la pregiudiziale del “leggere” mai come oggi tale pratica, il leggere, ha assunto un significato di azione basilare.
C’è bisogno di parole, per ragionare e vivere, per esercitare logica, per produrre senso e sentimento.
Sembra banale ripeterlo, ma non lo è, visto che in pochi lo comprendono, che il limite del linguaggio è il limite del mondo. Se così è, Houston abbiamo un problema, perché il paese è al limite. Dell’incomprensione, dell’incomunicabilità.
La dico in maniera più esplicita: aumentare il consumo culturale degli italiani è una medicina salva vita che il Paese, attraverso questo governo, dovrebbe mettere in campo.

Come? Come rompere quel circolo vizioso che tira dentro altri dati, altre considerazioni e altre riflessioni?

Posso avanzare dei punti, che poi vanno tutti approfonditi e declinati.
La scuola deve continuare a fare quello che fa e a farlo molto meglio.
Le politiche d’istruzione dovrebbero estendersi anche alla popolazione adulta.
Il mondo della comunicazione e dell’informazione dovrebbe stimolare il consumo culturale: lo fa?
Il servizio televisivo pubblico lo fa?
Il ruolo del digitale e della rete anche in relazione con gli mutamenti profondi, filosofici ed epistemologici, in merito alla trasmissione, condivisione, produzione di sapere, di arte, di cultura. Qualcuno ci riflette?
Il grande tema dei linguaggi.
L’innovazione e la riflessione intorno ad essa,  relativamente: a. alla fruizione e comunicazione del nostro patrimonio storico-artistico-paesaggistico, b. alla conservazione e alla tutela.
La cultura e i mercati della cultura.

Su questi punti mi piacerebbe sentire gli altri.

giovedì 7 aprile 2016

Rivoglio una Rai educante. Dalla parte giusta.

Non è facile per me parlare in modo semplice di temi complessi e dolorosi, anche perchè trovare soluzioni semplici a problemi complessi è facile, ma sempre sbagliato.
Però due parole le voglio spendere sulla vergogna di sapere (perchè non l'ho voluta vedere) che avrebbero intervistato in un programma così seguito come portaaporta il figlio di totò riina, da solo e senza contraddittorio.
L'ho trovato devastante, semplicemente devastante.

Sono cresciuta nella palermo difficilissima degli anni 70/80 e 90 educata ai valori dell'antimafia non solo dai miei genitori ma dagli eventi. Le figlie di mattarella andavano nella classe avanti alla mia e quando venne ucciso Piersanti Mattarella io avevo 11 anni e ne ebbi notizia e coscienza dal vivo. Perchè conoscevo quella famiglia.
E così ebbi notizia e coscienza di Peppino Impastato. E di Pio La Torre, e di Boris Giuliano, e via dicendo..
Noi, che siamo cresciute/i in quella Palermo, siamo state avvolte da quella cappa di dolore fin da piccole. Unita ad una forta consapevolezza del male. Senza nessuna confusione.
Molto prima di quel dolore ancora più terribile che venne negli anni 90 con le stragi che frantumarono nel dolore la coscienza collettiva di tutto il Paese, non solo di Palermo.

Ma sono cresciuta in quella città e per puro caso "dalla parte giusta", perchè è il caso che ti fa nascere dalla parte giusta.

Educata ai valori dell'antimafia, anche guardando in tv La Piovra. E uso questo termine pubblicamente per la prima volta perchè non l'ho mai usato nelle parole, sperando di applicarlo solo nei fatti e nei comportamenti. La Piovra, a me piccolina, mi sembrò una sicurezza in più, un avere accanto tanti e tante, non solo i miei genitori e mio fratello tutti uniti e cementati in quella consapevolezza, non solo Palermo, o meglio, la mia parte di città, ma tutto il paese.
Prima che i confini si facessero confusi.

Quando ho iniziato a insegnare a Brancaccio ho cominciato ad avere a che fare con quanti nascono dalla parte sbagliata e, senza ditini alzati, ma con enorme senso della difficoltà, enorme, spesso d'incapacità, o d'impotenza, mi ci sono infilata dentro mani e piedi e testa.
Era il periodo del capo dei capi.
I miei alunni in classe non volevano mai disegnare immagini di "sbirri" e si firmavano nei compiti in classe "capo dei capi".
Con questo abbiamo a che fare.
Avevano a che fare e abbiamo a che fare. E ho compreso la forza potentissima dei media quando non danno messaggi netti e quando in modo confuso generano orgogli di appartenenza errati; non sono causa solo quelli, ovviamente, poichè la vera casa di coltura sono il bisogno e l'ignoranza. Ma sono egualmente potenti.
E contro entrambe le due cose, bisogno e igniranza, quante volte in quei luoghi mi sono trovata e mi trovo, e ci troviamo impotenti. Ma quelle ci siamo imposti di combattere, allora e adesso: bisogno e ignoranza.

Per tornare ai nostri giorni: ho trovato vergognosa, pericolosa, devastante l'intervista di ieri sera, svolta in quel modo, senza contraddittorio, senza condanne aperte; ne abbiamo fatto l'eroe che i ragazzi in quei luoghi cercano.
Molto più vicino alle loro vite e alle loro scelte lui di noi, di me.

Forse non tutti ne sono pienamente coscienti dell'azione devastante a cui si è dato corpo.
Io non dico che le cose non debbano mostrarsi o raccontarsi. Ma c'è modo e modo. E i ragazzi guardano, capiscono molto di più di noi la verità tra le pieghe ed imitano.
Le nostre contraddizioni sono la via per indicare sentieri sbagliati. Non per evitarli, se non li specifichiamo con tutta chiarezza.

Per quel che ci compete ciascuno di noi fa la sua lotta per come può farla e per come deve farla. I miei colleghi nelle classi, i giudici nelle procure, le forze dell'ordine per le strade, le associazioni nei territori.
Ma per quel che ci compete da cittadini insieme dobbiamo chiedere qualcosa a coloro a cui compete altro. Fare un lavoro informativo, divulgativo e finanche d'intrattenimento, serio, all'altezza, vero e chiaro.

Io rivoglio una Rai educante, seria, coraggiosa, colta, netta, all'altezza.
Sennò sarò tra coloro che non solo non pagheranno il canone ma la combatteranno.


martedì 8 marzo 2016

Donne: nonostante e invece.


Le donne sono più serie, le donne sono più capaci, le donne sono più competenti, le donne sono più dedite, le donne sono più affidabili, le donne sono più studiose, le donne sono più giudiziose, le donne sono corrette, le donne sono più.
Echedduepalle.
Un elenco che sta a significare una noia mortale. E solo in quanto portatrici di noia e irreprensibili possono arrivare in cima. 
Ma se invece le donne sono folli, le donne sono visionarie, le donne sono magiche, le donne sono ardite, le donne sono ironiche, le donne sono spudorate, le donne sono creative, le donne sono sorprendenti, le donne sono leggere, le donne sono imprevedibili e persino scorrette?
E proprio per questo, niente di più e niente di meno degli uomini, possono arrivare là dove arrivano gli uomini senza tirarla tanto lunga co sta pesantezza? Co sti ritratti di corazza di noia, di aspetto funereo... che mia mamma al confronto è Mata Hari?
Senza, insomma, il nonostante e l'invece ce la facciamo a farci una strada, a essere leader senza intoppi, senza metterci il vestito del giorno di festa, la faccia accigliata e le mani giunte?
Compitino per l'avvenire: eliminare il nonostante e l'invece dalle nostre vite. 
Il coraggio può unirsi al sorriso. E alla leggerezza. Al disordine. E vincere. Ma forse se ne ha più paura di una finta pesantezza. 

martedì 2 febbraio 2016

VIOLENZA E FEMMINICIDI: NON E' FOLLIA. E' IGNORANZA.


1. Misterbianco, uccide la ex compagna, madre di te figli;il fermato aveva già ucciso nel 2000 il vicino di casa per gelosia.
2. Pozzuoli: dopo la lite dà fuoco alla compagna incinta e fugge
3. Brescia, uccide la moglie, poi si schianta
contromano in autostrada e muore
4. ... la strage continua. Continua, con ferocia.
Non so, vogliamo ancora negare? Sottovalutare? Sostenere che "un virus della follia" colpisce questi bastardi e delegittimare la violenza?
Vogliamo riempire per settimane giustamente le prime pagine sugli eventi di Colonia e ancora negare le violenze di massa di casa nostra? Cosa non più tollerabile?
Urge accelerare il piano di interventi contro le violenze di genere.
Di questi eventi siamo colpevoli tutti, non la follia. 
Siamo colpevoli nell'avallare un tessuto sociale e culturale fortemente e inconsapevolmente sessista, in cui ancora libertà e autodeterminazione delle donne non vengono tollerate da un tessuto sociale maschilista che ancora non ha affrontato sul serio, con maturità, coscienza e cultura il tema delle libertà delle donne, dei diritti delle differenze.
Che non identifica e riconosce stereotipi duri a morire che diventano gabbie pericolose per le donne, quandoo se ne discostano con autodeterminazione, ma ancora più per gli uomini, schiavi di un racconto che li vuole padroni e proprietari e al quale inconsciamente non riescono a sottrarsi, se non sono stati espressamente educati a sottrarsene da sempre.
Non è follia, è ignoranza. E' ignoranza individuale sommata a ignoranza collettiva.

La combatteremo educando, in modo sereno e determinato, con chiarezza e costanza e sensibilità.
Sentinelle in piedi o Adinolfi, siete destinati a mettervi da parte. 
Lo combatteremo svegliando giornali, media, marketing e testate verso una narrazione e una educazione di tutti, diversa, sulle donne, non più oggetto, ma soggetto pari, anche sessuale, soggetto mai oggetto, persona, non quarto  di bue o ritratto stereotipato di sottomissione e sugli uomini, non proprietari delle donne,  della forza e del suo lato oscuro, ma di eguali fragilità.
E non siano definiti come estemporanei gesti di follia. No, no, mai più. Sono frutto di clima e senso culturale.

Stiamo operando uno sforzo etico e morale immenso, dentro la scuola. Stiamo intraprendendo un percorso nuovo, inedito. Di educazione, che si fa riflessione collettiva. E non è facile, è doloroso e difficile. Aiutateci.
Chi è nei giornali, chi li dirige, chi ci scrive: aiutateci.
Chi ha figli e figlie: aiutateli.
Aiutiamoci affinchè nessuno possa dire domani che siamo il paese che uccide le donne.

Non si ferma il percorso dei diritti e della dignità. Non si ferma il percorso della lotta alle violenze e alle discriminazioni, di cui ci si fa ahimè complici, avallando il discorso fortemente sessista dell'uomo e della donna che attraversa il nostro paese come una polvere sottile e velenosa.
Donne e uomini devono viaggiare uniti nel rispetto della differenza e nell'uguaglianza dei diritti,
su tutti il diritto alla libertà e quello all'autodeterminazione, fuori da ogni stereotipo.
Attenzione grande a non fare di tali fatti, violenze e femminicidi, un altro stereotipo narrativo. Perchè sennò non ne usciremmo vive.
In ogni senso. 

domenica 31 gennaio 2016

Cosa abbiamo appreso col Family Day



Cosa abbiamo appreso ieri col family day.

Morto e sepolto il concetto di sacralità dell'istituto del matrimonio.
Erano quasi tutti divorziati, e con figli fuori dal matrimonio, a partire da Giorgia Meloni e a finire ad Adinfoli, passando per Casini e tanti altri, cioè della sacralità del matrimonio, sacro e indissolubile come recita Santa romana Chiesa, per la quale Chiesa scendono in piazza, gli frega molto ma molto meno, dunque decade il motivo cristiano, rimane solo l'esigenza, laica, di rompere le scatole a chi ci crede invece in quell'istituto.
Posto che nei disegni di legge ci si riferisce alle unioni e al matrimonio civili e non a quello religioso ma per costoro manco questo esiste, o non saprei. Mi hanno confusa.

Si sposano tre o quattro volte, fanno figli a manetta anche fuori dal matrimonio, figli che avranno tre o quattro madri e padri. E il padre naturale lo vedranno a pezzetti e la madre naturale potrà pure passare di patrigno in patrigno o restare sola. Purché siano assortiti in forma alterna, solo ed esclusivamente maschio+femmina, ma possono moltiplicarsi. Ecco, questo è concesso. Ed è definito "famiglia tradizionale".
Attenzione, liberi di farlo, assolutamente, ma non venitemi a dire che è per garantire i bambini o per salvare il pilastro della società che stanno inscenando queste proteste. È solo per non allargare la platea dei diritti. Perché la società è bella che spacciata e da anni. Da ipocrisie, abusi sottaciuti, violenze e tradimenti.

Figli di "famiglie allargate", però tradizionalmente fatte di uomo+donna, variamente collocati, spesso con fratelli e sorelle che spuntano all'improvviso dopo anni, o che lo sanno all'improvviso che "sono io il tuo vero papà", figli che, senza adeguato amore, senza adeguato ordine familiare, crescono abbastanza devastati perché quel che conta, sappiatelo, non è un'idea astratta di famiglia tradizionale, ma presenza, regolarità di vita, amore, rispetto.
E ne vediamo a caterve nelle classi. Piccoli ribelli, o tiranni, o spaventati dalla vita.
Uno su due destinati allo psicologo.
Ovviamente tutto questo bailamme che sentiamo da mesi, compresa tutta la crociata contro l'educazione al rispetto e alle differenze, passa nell' "interesse dei bambini".
Mi dire: nelle famiglie arcobaleno non accade? Sembrerebbe di no, sono bimbi sani, sereni e molto molto ben educati. Felici, quel che conta. Sono bimbi solitamente felici.

Del matrimonio comunemente inteso, che è stato spolpato e scarnificato in ogni modo, da ipocrisie e abusi, gli importa solo per impedirlo agli altri.
I quali altri non vengono giudicati per quel che sono o fanno, magari sono anche dei premi Nobel, dei santi, ..no. Vengono giudicati perché amano. A modo loro.

Scusate, ma preferisco una società fondata su altro. Sulle cose che per me contano davvero: rispetto per l'altro/l'altra, amore, e libertà.

Sarò forse rimasta tra i pochi a ritenere il matrimonio così sacro da non essermene mai ritenuta all'altezza. Di una promessa così grande, di fedeltà, di rispetto, di amore.
E per me le promesse sono debiti. Veri.
Ma io nel matrimonio come pilastro sociale di regole, amore e rispetto ci credo e lo desidero per tutti coloro che ne sono capaci.

venerdì 8 gennaio 2016

Colonia: troppa ipocrisia nostrana sulla condizione delle donne

Ciascuna donna italiana è stata molestata a parole da un italiano nella vita, molte non solo con parole.

A me fa piacere che i fatti di Colonia facciano ribrezzo e creino indignazione. Ma è costume diffuso anche in Italia. Non raptus o follie, ma costume. Certo non in quelle dimensioni e consapevolezze. Ma camminare e sentirsi dire "che belle tette" è una cosa che accade a tutte le donne italiane. Avere il "complimento" anche i contesti fuori luogo, mentre sei al lavoro, mentre non ci sono motivi per averlo, il complimento allusivo, offensivo e umiliante per noi, figo e segno di "galanteria" per gli uomini. Ma che galanteria sarebbe? Che belle cosce, che bel culo. Che bel quarto di bue che sei. Gli uomini italiani non la considerano nemmeno molestia e lo è.
Essere molestate fisicamente poi accade a una donna su tre in Italia. Essere palpate, toccate.
Essere violentata accade a circa 200mila donne italiane l'anno, quelle che denunciano; in realtà sono almeno il triplo.
In Italia Ammazzate dal compagno o ex sono circa 200 donne ogni anno.
Sempre da un "raptus", secondo la narrazione che ne dà una stampa complice.
Quando invece si tratta di deliberata e ripetuta e consapevole reazione di un compagno al diritto di normale autodeterminazione della donna, come forma ripetuta e costante di negazione della sua libertà ( in cinque anni mille donne ammazzate come vogliamo definirlo? "Fenomeno di nicchia?). Raptus?

No, attenzione, a me fa piacere che ci indigniamo per i fatti di colonia. Indignazione per difendere i nostri valori di libertà. Per difendere la condizione delle donne. Parliamone, quale condizione?
Magari ci si inizia a indignare pure per gli uomini italiani.

Ci stiamo indignando per la libertà delle donne e per i diritti civili occidentali o per altro? Perché Ci stiamo indignando per i fatti di Colonia? La nostra indignazione riguarda le politiche dell'immigrazione? Il tema è quello? La paura dello straniero? L'Is e la brutalità che reca con se?
L'attacco al l'occidente di cui la condizione delle donne è segno più evidente? Quale condizione? Parliamone per bene, perché non capisco.
Stiamo discutendo di diritti delle donne all'interno della casa grande dei diritti civili o di questioni di razzismo o di guerre di religione?
So di entrare in un terreno complesso, quello dei diritti delle donne, del corpo delle donne, della libertà delle donne, ma nessuno si permetta di strumentalizzarle per nessuna guerra le questioni delle donne.
Fatevela da soli la guerra di religione o di razza o di non so cosa, non ancora una volta sul
 terreno dei diritti delle donne. Perché non solo non lo conoscete ma nemmeno lo difendete.

Oppure sotto sotto sotto sotto c'è anche un sotto sotto non detto ma sottinteso e inconsapevole "le donne nostre le palpiamo solo noi", le "molestiamo solo noi", le "discriminiamo solo noi"?
Visto che accade quotidianamente e non mi pare di sentir levarsi eserciti contro "le palpazioni nostrane". Anzi, io registro dei "e vabbè dai, che sarà mai...ti ha fatto un complimento". E via via non vedo nemmeno rivolte popolari di fronte ai fatti di violenza più grave a cui sono sottoposte le donne. Anzi, vedo costanti dissimulazioni reali come linguistiche. Raptus. Questa è la più evidente. Tragedia della gelosia.
Stampa consapevole di complicità? No. Cosa difendiamo?

Che belle tette, ti voglio baciare. Questo si legge nel "pizzino" trovato a uno dei fermati di Colonia.
Finalmente qualcuno le registra come molestie. Se dette fuori contesti, da sconosciuti, o in occasioni in cui non c'entrano nulla. Quante volte un uomo, anche un amico ha riso apertamente di fronte a una nostra reazione contrariata?

Per non parlar delle violenze vere.
Ripeto ancora: se è italiano è sempre e solo "raptus della follia", oppure "se l'è andata a cercare" , oppure "ma lei lo aveva lasciato" e dunque non è responsabilità maschile, passa in dimenticatoio?
E se son loro, gli islamici: mamma lì turchi?"Attacco alla civiltà",  "DobbIamomdifendere le nostre donne".
Certo ci sconvolge la modalità, la pianificazione del fatto, massiccio, consapevole, di gruppo, di razza.
Ma per favore nessuna ipocrisia.

Ma ci sconvolge anche quel "nostre".
Scusate, io sono mia.
Dovete difendere i diritti universali offesi, non le "vostre donne".
Se volete difendere qualcosa che sia la libertà delle donne.
Non le vostre donne. Che comunque troppo spesso vengono da voi offese.

Quelle nostre, le violenze di casa nostra, le molestie di casa nostra, le discriminazioni di casa nostra, , "inconsapevoli", individuali, sottaciute, pensiamo siano meno gravi? Sottaciute, pensiamo sia meno allarmante? Equivocate come frutto di "follia passeggera", pensiamo sia meno grave? così raccontate puntualmente, pensiamo sia meno grave? O trattasi di altra forma di violenza collettiva?
E io penso che sia ugualmente grave.
Matrice islamica o matrice d'ignoranza, il risultato sempre quello è.

Riflettiamoci. Ma quale raptus? "Lei lo aveva lasciato"? "Se l'è andata a cercare".
Cosa ci siamo andate a cercare? La vita? La libertà? Cosa? Cosa minacciano gli islamici alle donne che già non è sotto minaccia tutti i giorni nel nostro paese? La violenza straniera è meno grave della violenza quotidiana di mariti e compagni, sul lavoro, sulla scena sociale e narrativa, sui media, che troppe donne italiane, se non tutte, subiscono? L'attacco è identico: è una negazione della persona. Si dissimula la violenza, si nega il fenomeno. Si continua a tratteggiare il ritratto di un folle. Senza d'ore che la molestia sulle donne è scientificamente frutto di costume sociale, da noi come altrove.

E cioè l'essere persona.
Ve lo,posso dire? A me non mene frega più nulla del "in quanto donna". In quanto donna cosa? Possiamo parlare di diritti offesi senza configurare l'effetto protezionistico, che in quanto tale è già una diminuitio?

Il germe sempre quello è: no. Non son degne di libertà le donne in oriente e nemmeno in occidente. Certo, ripeto, con pesi e gravità molto diverse, molto diverse. Nessuno lo nega. Ma la radice quella è.
Sposati e sii sottomessa.
La sottomissione.

Costoro, di qualunque genia siano sono e restano solo porci, educati a trattare le donne come cose, per cultura ed educazione i nostri. Per cultura e religione i loro.

Mettevelo in testa, io sono mia. Noi siamo nostre e di nessun altro.

giovedì 7 gennaio 2016

Cantante neomelodico_ sempre caro mi fu quest'ermo colle..


A Palermo quest'anno, per la festa in piazza di Capodanno, sono stati chiamati a esibirsi dei cantanti; capita. Tra questi un notissimo,  cantante neo melodico, Tony Colombo, notissimo nei quartieri, quasi sconosciuto o malvisto dai residenti del centro. 
Grandi dibattiti, questioni, pro, contro, di su, di giù, davanti e di dietro. Alla fine ha cantato e, con lui, han cantato anche altri artisti, più noti ad alcuni, ignoti ad altri.
Non ho partecipato al dibattito, ma la mia la dico per come so, dopo che voi avete metabolizzato, regalandovi un racconto, in realtà un monologo destinato a recitarsi,  scritto qualche anno fa. Lo recitò in pubblico il bravissimo Gianluca Briguglia, all'interno di una serata sulla Costituzione. L'articolo che voleva significare era il 9. Quello sulla cultura e gli italiani.E tra i personaggi c'è proprio lei, la canzone neomelodica.

O mutos deloi oti che sui gusti non è proficuo disputare, ma delle persone, tutte, è bello conoscere. Per capire. 
Che Palermo è abitata da tutti, ciascuno coi suoi gusti. Nè migliori, nè peggiori, solo tanti. Multicolori. Multiculturali. Quella popolare cultura è. E ne abbiamo tante, tante di culture in questa città, italiane, straniere, di quartiere. Ogni cultura è un piccolo ecosistema, e magari, in quei piccoli ecosistemi tante cose non vanno, tanti comportamenti, ma sono identità, come ogni quartiere lo è. Tante. Come tanta è Palermo. Ed è bella e brutta per questo. Si puoi scegliere di amarle tutte, si può scegliere di farle convivere tutte, si può scegliere di tollerarle tutte. Ma disprezzarle no, non credo serva. E nemmeno farne la classifica. Non serve nemmeno questo. 

A voi la storia.



«Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare»  (Giacomo Leopardi)



Emmifuttiu arrieri. Minkia, minkia minkia di sta minkia. Sempre caro mi fu questo er..ermo? sarà elmo. Elmo. Elmo. Sempre caro mi fu quest’elmo colle. Minkia comu mi futtiuuuuu. Ma come mi ha fregato? Sta curnuta mi futti siempri. E ora sugnu kiantatu intra, costretto a casuzza, invece di stare in mezzo alla strada a farimi i cazzi mia, e mi l’è sucari a memoria. “a memoria con la segesi”. La spiegazione. Però idda s’ava calari sana sana “Fotografia” di gigi. Questo è il patto di parola. I mi imparo l’infinito e idda canta “fotografia” di gigi finizio. A vogghiu vidiri tutta mentre canta fotorafia. Dall’inizio alla fine la deve cantare.  Fa muoriri di risati picchì è cchiu stunata di cetty , mia cugina. Però a tigna lo deve fare, a testardaggine.

L’autra vota ummacririva, non ci volevo credere davvero: “ se tu impari a memoria l’articolo 9 della costituzione ti giuro che io canto in classe una canzone a tua scelta”. Perché io questo faccio in classe. Canto. Canto la mia arte, non la sua. Acchiappu a cantari all’ottu di matina fina quannu un si rumpinu i cugghiuna e mi mannanu ‘mpresidenza. Per me la musica è la mia vita. E ci credo che l’hanno messa dentro alla Costituzione. Io ci avrei fatto il 9 bis solo per la musica.  Canto in classe. U primu, u secunnu, u terzu, u quartu iornu..e poi zacchete, c’arrinesciu, ci riesco in pieno: “sospensione” ! Evvaiiii!! Vacanzaaa!!!Tantu a mmia chi minni futti? Che me ne frega a me? Chista immeci nenti, io canto e lei niente, continuo a cantare e idda muta, u primu, u secunnu, u terzu iornu. U quartu si misi a cantari puru idda. E mi futtiu. “Articolo 9 della Costituzione ragazzi: l’Italia è una repubblica fondata sull’arte e la cultura, ricordatevelo, non solo sul lavoro”..minkia du cugghiuna accussi..un’ ora sana sana cu st’arte e sta cultura e poi il lavoro. Ma quale lavoro, proessorè? Attacca a parlari e un si zittisce cchiù. Si pigghia u cirivieddu sta fimmina…Attacca al ciriviello. Ma a cchi minkia serbi sta cultura tua e st’arti tua? Chidda me è megghiu assai. “Totuccio le cose belle ci servono come il pane” su questo siamodaccordissimo e calo la testa. E infatti io canto.Canto.Canto. Canto. Ma quanto sono belle ste canzoni? Chi minkia minni futti a mmia di..che era…? “Totuccio disegna la piramide”, ma sta gran coppula di minkia! Non può essere che se uno ama un ‘arte vale per tutta l’arte? Non può essere? Idda dici di no. Ma a mia le linee mi vengono tutte storte, macchiappanu i nerbi, mi saltano i nervi, pigghio a matita, la tiro in testa a Christian, quello del primo banco e attacco a cantare.  E tiempu dieci minuti suggnu ‘mpresidenza che è l’anticamera di andarmene a casa. Mp3 e gigi a palla. Ma lei mi ha giurato quel giorno che cantava con me tuttammemoria “comm me manche” di gigi e… io non me la credevo proprio che sta fuoddi di professoressa se la imparava veru e la cantava!! Io invece quel cazzo di articolo della costituzione non me lo nsignai e ci ho fatto la figura dello stronzo. Minkia. Mi ha fatto appizzare lo giuramento e allora mi toccò calarmelo a memoria, sano sano, sto coso numero 9 dell’arte e della cultura e del fatto che noi la dobbiamo promuovere.

Cioè come quando uno va dalla prima alla seconda, promosso o bocciato, e mi pare n’offesa, detta a mmia ca è la terza volta ca mi fazzu a prima media e mancu mi promuovono mai. Eppure vivo da artista. Però l’arte e la cultura sì, quelle lo Stato le promuove!Ma manco tanto, io sono stato dentro il teatro Politeama che dice che è arte vera, lo dice lei, la prof, e vedevo cadere pezzi di tetto ncuoddu a i cristiani. E dunque lo Stato boccia pure i teatri, non solo a mmia. Bastardu iddu e tutti chiddi come a iddu. E tutela il paesaggio. Significa che quest’”elmo del colle e questa siepe”devono rimanere uguali uguali a com’erano al tempo di giacomino, per ricordarci “chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo”. Quest’elmo colle. Poi passo ad “acqua dei corsari”, dopo lo Sperone, e un ci la viu tutta st’attenzione per il paesaggio. Io non lo vedo tutto stammore per la natura. Proessorè, io sono Totuccio Cutrona, vengo da Ciaculli e a Ciaculli torno. Tantu pi un si fari veniri strane idee in testa. “E nel pensier mi fingo”. Mi fingo…chi buoli riri…che cazzo vuol dire? Qua dice “mi immedesimo”. Ma che cazzo di frase è? Secondo me vuol dire “mi fiu”. Cioè sono capace. Quindi: “sono capace di pensare” che è discorso ca fila, mentre “mi immedesimo” nun fila propriu pi nnenti. Anche se la nota dice così.. secondo me non è così e poi in questa fotocopia unsi capisci nienti. Mi dinchinu, mi riempono, mi coprono, mi ncummogghianu di matina ‘nsira di fotocopie. Fotocopie. Fotocopie.

Io il libro me lo sono perso. Chi ci pozzu fari si mu persi? Ava iessiri sistimatu nta quarchi casciuni nti me nonna. In qualche cassetto scognito, di quelli che conosce solo lei. Idda s’u scurdò e  unsi trova cchiù. E figurati si a professoressa appena arrivu a scola ci cridi..nsamài … Credere a Totuccio Cutrona? Un nome una garanzia..accumiencia a litanìa e va finisci ca mi subissa di altre fotocopie. Brutte, chine di parole mute e in bianco e nero. Ammia le fotocopie dei quatri in bianco e nnero mi parinu na bestemmia contra l’arte. Se lo posso dire. Autru che promozione e articolo 9. CCà a nuddu promuovono. Nè a mmia né all’arte. E poi..che vuole dire che “in questa immensità s’annega”? E allora a chi sierbi? Se s’annega? E allora lei mi ha detto: “tu lo hai visto mai il tramonto sul mare?” E chi sugnu fissa? Ecciertu. “Ecco..è come se ti perdessi con lo sguardo dell’anima”. Ma io non mi sono mai concentrato a taliallo!! Che poi dice ca diventi cieco si fissi u suli ca cuodda. Cioè voglio dire, se fissi il sole fisso, diventi cieco. O no? 

Io, quando capisco che ho capito, mi annoio e attacco a cantare. L’ho capito che vuole dire, “ti piglia la malinconia e la malinconia vuol dire arte”. Come quando canto. Opere d’arte immortale sunnu sti canzuna del mio gigi. Gliel’ho spiegato e lei l’ha capito e allora appena attacco a cantare capisce che il mio pensiero si è vero annegato “nell’immensita’ cun finisci mai di idda ca spiega” e mi dice subito, prima che scarattero e attacco a squarciagola, “Cutrona, fai una cosa, vai in bagno, ti fai una cantata muta e torni”. E io lo faccio. E quasi quasica ci voglio bene a ‘sta cristiana. Ma non lo dico ad alta voce sennò è la fine e ma duna a mmemoria qualche altra fotocopia. Perché le ho visto sulla cattedra un librone di trikili e menza che c’è scritto Odissea, e quando s’inkazza poco poco, mi guarda e me lo indica e siccome sacciu ca chissa, a tigna, si nsigna tutte le canzoni di finizio, celeste, alessio..beh..Nenti nenti mi fa arripetiri l’Odissea a memoria e mi futti nautra vota. 
Però …il tramonto no…

Ma l’alba sì. L’alba sì. Quannu isa u suli e il cielo è tutto rosa, come il pigiama di mia sorella che poi passò a me e me lo sono assuppato per tre anni, il pigiama rosa a me ce sono masculo, ecco, quel rosa lì mi piace e ci credo che è giusto cercare di sarbarissillu. Un rosa ca si miskia cu lu mari e subito mi veni di cantari… Intanto “L’articolo 9 della Costituzione Italiana che è l’insieme delle leggi che governa la vita di noi cittadini” lo so a memoria e ve lo so pure spiegare di la diritta e di la rovescia; comu idda uora sapi cantari a me canzuna di la diritta e di la rovescia. Adesso però, a mmia mi tocca a stu “nfinitu martoriu di infinitu”, però appena lo ripeto e lo ripeto e lo ripeto, puru a chistu mi veni di cantallu. Vuol dire che Giacomino la rima a sapìa fari girari quasi bene quanto a gigi mio. E il “suon di lei” e della “presente stagione” è sicuramente la voce di Jessica della 3 G. Presente e viva. E’ viva eccome! Solo ca io sugnu ancora a prima media e idda è a la terza e ormai la strada tra me e lei è più infinita di questo infinito. Perché a me tra due mesi, che faccio 15 anni, mi danno l’istruzione familiare, minni vaiu all’officina di ciccio morreale  e Jessica ciao. Chè Ciccio Morreale quando gli parlo dell’arte mi dice “zittuti e travagghia, Totuccio” e io me le devo scordare le piramidi e l’articolo 9. Ma Gigi no, lui no, e io canto. E magari se glielo canto a memoria domani matina, a Jessica, mentri iamu a scola…, magari, quasi quasi, sto infinito si fa finito e quell’opera d’arte ca è la faccia sua accetta un sorriso e si mette sotto la tutela mia. E insieme viviamo d’arte, di giggi e dammore. Aiu tempu du misi. Ho tempo due mesi soli. 


Minkiati ka dicu.., umpari vieru…fosse vero… ma vero non è. E’ stu silenziu ca ammìa mammazza..il silenzio non lo sopporto. Musica Gigi!!!